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Dove anche la Coca Cola parla thailandese - Viaggio nella Thailandia che il turista non vede

di Giorgio Nastri

Sono appena sceso dal volo che mi ha portato a Bangkok e, dopo aver raccolto i miei bagagli, m'incammino verso l'aerostazione dei voli nazionali, ho tempo, il mio aereo partirà solamente tra qualche ora.
Sono le sei del mattino, nel tunnel di collegamento le porte aperte sull'esterno fanno entrare l'aria calda ed afosa della strada.
Decido di iniziare la mia prima giornata thailandese facendo colazione alla maniera locale, una ciotola di zuppa "kuaytiaw naam" ed un caffè al self service che ha appena aperto.
Non e' la prima volta che vengo da queste parti, e pian piano gli odori mi riportano alla mente sensazioni già conosciute. Questa volta però qualcosa di diverso c'è, ho con me Giulia, mia figlia di appena 15 mesi. Per lei è tutto nuovo, il volo, il Paese, l'atmosfera.
A volte mi chiedo quali siano le sue sensazioni, cosa penserà, cosa ricorderà di questo suo primo viaggio intercontinentale. Per il momento dorme nel passeggino, ho finito il mio caffè ed ho tempo per una sigaretta dopo molte ore d'astinenza a causa del "non smoking flight".
Ci avviamo verso i voli nazionali, abbiamo ancora quasi mille chilometri di volo ed una settantina da percorrere in auto prima di arrivare ad un buon letto che mi faccia dimenticare la scomoda poltroncina dell'aereo. Mi trovo ad invidiare Giulia, pacificamente rilassata sospinta da sua madre, mentre io ancora assonnato spingo il carrello ingombro di valigie.
Con il passare dei minuti la pallida alba della capitale lascia spazio ad un sole come sempre velato dallo smog; uscendo dall'aeroporto per l'ennesima sigaretta, l'impatto è notevole, il traffico comincia ad essere intenso, così come i rumori e gli odori che mi raggiungono. Mi trovo ad osservare il serpente multicolore di mezzi che si dirigono verso il centro, per i loro occupanti sarà l'inizio di una nuova giornata, magari uguale a tutte le altre, mentre per me quello è l'inizio di un lungo periodo di vacanza, lontano dall'ufficio e dallo stress relativo.
E' ora di avviarci, l'aereo è già al suo posto, una breve sosta giusto per regolare gli orologi e per dare la colazione a Giulia, che nel frattempo si è svegliata ed ora si guarda attorno con aria stupita. Attratta più dal colore delle vesti che dal loro significato e trattenuta a stento dalla mamma, segue un gruppo di monaci buddhisti che si avviano verso uno dei gates; prima di imbarcarsi alcuni di loro tirano fuori dalle pieghe della veste arancione il telefono cellulare per spegnerlo. Un gesto comune che quasi tutti coloro che viaggiano ormai sono soliti compiere, ma vederlo fare da un monaco me lo fa sembrare strano, un po' anacronistico .., forse è per il fatto che nella nostra mente di occidentali siamo soliti immaginare i monaci buddhisti sempre intenti nello studio dei sacri testi oppure ... continua -->



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