Madagascar – La volta buona

Madagascar - La volta buona

Dopo due tentativi andati a vuoto, finalmente questa volta siamo riusciti a realizzare il sogno del viaggio in Madagascar, aiutati in questo dalla “scusa” per andare a trovare Valentina che da qualche mese vi sta vivendo per lavorare alla sua tesi di laurea sul lemur fulfus collaris. Voli prenotati con largo anticipo anche se senza troppa convinzione. E quando poi sta per scadere il termine per acquistare i biglietti, visto che le cose sono tutte a posto, ci decidiamo: si partirà l’11 gennaio! Volo da Roma alle 22.35 e quindi abbiamo tutto il tempo per andare comodamente in treno sino a Fiumicino. Bagagli abbondanti come al solito grazie anche allo zaino supplementare pieno di magliette, camicie e giocattoli da regalare. L’ansia da partenza diminuisce progressivamente mentre ci avviciniamo a Roma: come al solito lasciando la pigra vita casalinga per affrontare un viaggio in un continente del terzo mondo, si viene presi da una certa psicosi come per dire “ma chi me lo fa fare, stavo bene, tranquillo, e se dovesse succedere…”.ma via! Se si comincia a pensare a queste cose, è finita! E così piano piano passa tutto. E ci ritroviamo in pieno viaggio. Partenza in orario, scalo a Nairobi dove atterriamo alle 7.30 locali (differenza +2ore rispetto all’Italia). Breve passeggiata al duty free shop, così tanto per dire che abbiamo posato il piede anche in Kenya! Cielo sereno e temperatura gradevole. Per rientrare in aereo veniamo sottoposti a perquisizione con tanto di palpeggiamento! Tra i passeggeri si distinguono ben tre coppie miste formate da un “lui” italiano e una “lei” malgascia. Due coppie hanno anche un bambino. Poi ci sono diversi uomini, più o meno attempati, il cui scopo non mi sembra proprio, almeno nell’ascoltare i loro discorsi e nel vederli, quello della gita a scopo scientifico alla scoperta della flora e della fauna endemica del Madagascar. E così senza storie alle 12 del 12 gennaio 2001 l’aereo atterra all’aeroporto di Antananarivo. Qui cielo nuvoloso. Abbiamo solo poco più di un’ora di tempo per sbrigare le formalità doganali e prendere l’altro volo interno per Tulear e poi finalmente per Fort Dauphin. Corriamo subito a metterci in coda per il controllo passaporti, ma un poliziotto ci fa gentilmente notare che prima dobbiamo andare al tavolo per acquistare il bollo del visto di entrata. Precediamo tutti e acquistiamo due marche da bollo per 220 FF ciascuna che ci vengono incollate sul passaporto! Dietro di noi arrivano tutti gli altri. Meno male che noi siamo stati tra i più veloci. Ci rimettiamo nella stessa coda ma vedo che a fianco c’è una coda molto più corta e scorrevole dove c’è scritto “ Avec visa” mentre nella nostra leggo “No visa”; non ho dubbi e cambio fila. Questa sì che scorre. Ma poi vedo due turisti che vengono rimandati all’altra coda. Mi sento gelare. Richiedo allo stesso poliziotto e questo mi dice che sto sbagliando, che devo tornare all’altra fila! Mi giro e….. ora la fila è lunghissima. Tutti si sono messi lì. Manca appena mezz’ora di tempo e dobbiamo ancora fare il check-in mentre vediamo i nostri bagagli che in fondo alla sala, al di là del controllo passaporti, stanno girando sul nastro in attesa che qualcuno li prenda. La fila è lunghissima e, quello che più ci preoccupa, pressoché immobile. Il controllo passaporti è accuratissimo soprattutto, come nel nostro caso, quando ci sono passeggeri indiani. Chiamo il poliziotto e gli faccio capire che se non ci da una mano rischiamo di perdere l’aereo per Fort Dauphin. Guarda i biglietti e “no problem”. Niente da fare, bisogna restare pazientemente in coda. Mancano ormai dieci minuti alla partenza dell’aereo e la fila è ancora quasi ferma. Richiamo l’attenzione di un altro addetto ma non c’è niente da fare. Comincio a disperare…..”Monsieur Morellì, Madame Scottò” seguiti da una serie di incomprensibili borbottii. Io e Grazia ci guardiamo. Abbiamo capito bene? Stanno chiamando proprio noi? E di nuovo l’altoparlante, tra la confusione “Monsieur Morellì et Madame Scottò……” Sì, stanno chiamando proprio noi; allora di nuovo all’addetto faccio capire che quelli che stanno chiamando all’altoparlante siamo noi e finalmente si decide a farci passare avanti. Eccoci finalmente al controllo passaporti. Il passaporto passa attraverso l’esame di ben sei funzionari diversi ognuno dei quali appone un timbro o una firma. Finalmente mi fanno passare e corro a ritirare i bagagli che sono ancora miracolosamente lì sul nastro che mi aspettano; li carico su un carrello aiutato da alcuni ragazzi, mi giro e…Grazia è ancora là, ferma al controllo passaporti. Porca miseria! Che c’è? Ripensando agli innumerevoli passaggi di mano, mi viene il sospetto che abbiano perduto il passaporto! Poi finalmente il problema si risolve, la fanno entrare e via al check-in. No, ancora uno stop. “Rien à déclarer?”. “Rien”. No, non si fidano, vogliono controllare le valigie. In un attimo penso a dove cavolo avrò messo le chiavi per aprire i lucchettini, poi fortunatamente mi indicano quella senza lucchetto. Vedono la borsa della macchina fotografica e mi invitano ad andare all’apposito ufficio per dichiararla. Ci vado: una signora scrive a mano su un quaderno gli oggetti che ognuno deve dichiarare. A cosa servirà? Mi guarda la macchina fotografica e mi dice “no, seulement videocamera”. Di corsa ripasso attraverso la dogana facendo finta di niente e finalmente, aiutati da un branco di ragazzini, facciamo il check-in, liberandoci dei bagagli. Ora siamo a posto e non ci resta che aspettare l’ordine di imbarco che per fortuna non si fa attendere troppo. A ripensarci è divertente, ma confesso che abbiamo passato un’ora di tensione! La perdita del volo in coincidenza, ci avrebbe comportato una imprevista sosta a Tana almeno sino al giorno successivo, aggravata anche dall’impossibilità di avvertire Valentina del contrattempo.

LA GRANDE ISOLA ROSSA

Finalmente seduto sull’aereo, posso ora rilassarmi e mentre l’apparecchio decolla e vola verso sud, comincio a pensare a dove siamo. Il Madagascar, la quarta isola del mondo, una superficie pari al doppio di quella dell’Italia e una popolazione di appena 15 milioni di abitanti. Tanto per dare un abbozzo della sua conformazione fisica possiamo individuarvi, in senso longitudinale, una serie di montagne, mediamente sui 1000/1500 metri di altezza con un picco di 2880, decentrate verso oriente che degradano bruscamente verso la costa, mentre verso occidente discendono verso la costa in maniera più dolce, creando vasti altopiani centrali – les haute terres – per trasformarsi poi nelle vaste pianure costiere. Uno tra i paesi più poveri al mondo, dicono; e me ne renderò conto! I primi abitanti, arrivati, sembra, sia dall’Indonesia che dall’Africa, risalgono appena a 1500/2000 anni fa. Quando le antiche grandi civiltà mesopotamiche, la plurimillenaria civiltà egizia, le straordinarie civiltà greca e romana (tanto per citarne solo alcune) avevano già dato il meglio di sé ed erano ormai esaurite, lasciando comunque sostanziali semi per un successivo sviluppo della società nella quale noi fortunati “occidentali” viviamo, il Madagascar era ancora un’isola completamente disabitata e interamente c
operta da una foresta pluviale. L’aereo sorvola i dintorni di Tana. Mi innamoro subito delle stupendi risaie verdi terrazzate punteggiate da minuscole casette rosse …ah! potessi scendere per fotografarle! tutte solcate da sinuose e lunghe strade sterrate che con il loro incredibile colore rosso, creano un effetto grafico eccezionale Mi piace pensare al fatto che è la prima volta che abbiamo attraversato l’equatore e ora ci troviamo addirittura nell’emisfero australe. Dall’alto osservo questa terra e me la immagino quando 165 milioni di anni fa si staccò dall’Africa insieme all’India per scivolare verso oriente, fermandosi dopo circa 400 chilometri e lasciando andare invece l’India fino all’impatto con il continente asiatico. E’ stato così che su questa grande isola l’evoluzione della fauna e della flora è andata avanti in maniera diversa dall’evoluzione, molto più complessa e diversificata, verificatasi nel grande continente africano, quasi come in un mondo a se stante. Qui, tanto per dire una cosa forse ovvia per tanti ma comunque sempre illuminante, non sono mai esistiti animali feroci, né serpenti velenosi. Anche oggi l’animale più pericoloso, anzi forse potrei dire l’unico, è la zanzara! Quella apportatrice della malaria, naturalmente, che, purtroppo, è presente in tante parti dell’isola. Il volo continua in mezzo a nubi gigantesche che fanno subito pensare ai cicloni e ai monsoni tipici della fascia tropicale. Superiamo il Tropico del Capricorno, nei pressi di Tulear, dove l’aereo atterra, sulla costa occidentale bagnata dal canale del Mozambico. Tulear è uno dei centri principali del paese, porto importante, ma dall’alto appare solo come un piccolo agglomerato di case sul mare, circondato da una sterminata e assolata savana. Dopo una trentina di minuti di sosta per operazioni scarico e carico, l’aereo riparte alla volta di Fort Dauphin. Man mano che ci avviciniamo alla sponda orientale la savana cede il posto ad una vegetazione più fitta, fino a diventare una foresta verdissima, magicamente interrotta qua e là da sinuose e lunghissime strisce di acqua marrone che dall’alto somigliano a giganteschi serpenti. Mentre osservo l’isola dal finestrino dell’aereo, ritorno con la mente alle vicende relative all’insediamento umano in questo paese. Bisogna arrivare alla fine del primo millennio dopo Cristo per cominciare a trovare nell’isola la presenza di comunità organizzate: i Merina, i Betsileo, i Sakalava e i Bara tanto per citare le più importanti etnie. Poi dal 1500 arrivano gli europei: per primi i portoghesi, seguiti da olandesi, tedeschi, inglesi e infine i francesi che, d’accordo con le altre potenze, la conquistano integralmente nel 1890 trasformandola in colonia e mandando in esilio l’ultima regina dei Merina, l’etnia che dalla fine del XVIII secolo aveva unificato e regnato sull’isola. E soltanto nel 1960 il Madagascar riacquisterà la sua piena indipendenza, prima restando comunque nell’orbita francese e poi rivolgendosi invece verso i paesi del regime comunista con conseguenze forse non troppo felici per l’economia della nazione. Il volo da Tulear a Fort Dauphin, dove atterriamo tranquillamente nell’unica pista del piccolo aeroporto, dura circa un’oretta.

IL PAESE ALLA FINE DEL MONDO

Scendo dall’aereo e subito vedo al di la della rete di recinzione la minuscola figura di Valentina che, unica bianca tra una folla di neri vocianti, si sbraccia per farsi notare. Sarà una immagine che resterà impressa in maniera indelebile nella mia mente. Il ritiro dei bagagli in questo piccolo aeroporto alla fine del mondo ha un che di comico, specie se raffrontato con quello che succede altrove: come si sa negli aeroporti di tutto il mondo ognuno ritira le proprie valigie che arrivano su un nastro trasportatore apparentemente abbandonate a se stesse e pronte ad essere prese dal primo che capita. Almeno così sembra. Qui invece il ritiro avviene addirittura per chiamata diretta: alcuni addetti prendono, dal carrello sul quale sono stati scaricati dall’aereo, un collo per volta e ne leggono ad alta voce il numero di spedizione; il titolare, o chi per lui, per prenderne possesso deve farsi avanti e consegnare il relativo scontrino. Ancora un po’ frastornati e quasi increduli di essere finalmente lì con Valentina a più di ottomila chilometri di distanza dalla nostra Italia, carichiamo i bagagli sul grande fuoristrada Toyota del centro minerario canadese che sponsorizza alcune ricerche universitarie e ci allontaniamo per raggiungere, dopo pochi minuti, Fort Dauphin. Quando pensi ad una cittadina di circa trentamila abitanti, ti aspetti di vedere palazzi, negozi, cartelli, insegne pubblicitarie, semafori. E qui invece mi accorgo che siamo arrivati a Fort Dauphin perché le due strisce di terra che costeggiano la strada asfaltata si animano per la presenza di tanti uomini e donne che camminano scalzi, di gruppi di donne e bambini che seduti per terra accanto a miseri prodotti del loro orto aspettano senza troppa convinzione un acquirente , di piccole baracchette in legno che in una improbabile minuscola vetrina espongono frittelle o baguettes. In realtà debbo dire che il primo approccio con Taolanaro, nome malgascio della cittadina anche se gli abitanti preferiscono continuare a chiamarla con il vecchio nome francese, l’ho avuto proprio con la colorata zona del mercato all’aperto e questo contribuisce sensibilmente a creare una certa convinzione che poi, nei giorni successivi, grazie ad una visita più accurata e rilassata della cittadina, avrò modo di modificare e di ammorbidire. Breve sosta all’edificio – credo il primo in muratura che troviamo – del centro minerario e poi proseguendo sempre lungo la strada raggiungiamo il Motel Ginà (mi raccomando da leggere alla francese con l’accento sulla “a” finale) dove Valentina ci ha prenotato la camera. Simpatica sistemazione in un bungalow in legno e muratura immerso in un giardino pieno di piante tropicali. Due lettini, servizi privati con doccia, quello che ci basta. Peccato che le due finestre siano prive di vetri: o si lasciano aperte con il rischio di ritrovare la stanza piena di zanzare e altri animali, o si chiudono con le imposte in legno sfidando un altrettanto temibile caldo. Optiamo per questa seconda ipotesi e andiamo subito a cambiare i franchi francesi in franchi malgasci. Il taglio più grosso della moneta locale è il biglietto di 25.000 FM, cioè a dire un valore pari a poco più di 8.000 delle nostre lirette: questo vuol dire che avendo cambiato 4.000 franchi francesi mi ritrovo con il problema di sistemare nelle varie tasche, borse e marsupi un bel po’ di biglietti di banca dall’aspetto non troppo rassicurante dal punto di vista igienico. Una breve passeggiata all’esterno dell’albergo prima di cena mi consente di inquadrare meglio la sistemazione. L’ingresso del Ginà è proprio lungo la strada principale mentre i bungalow sono sistemati all’interno. Di fronte, in posizione sopraelevata, c’è un altro locale dal nome altisonante, il Las Vegas, che mi ispira subito simpatia per i suoi tavoli sulla terrazza che consentono il godimento dello spettacolo sempre diverso e, per me interessante anche dal punto di visto fotografico, del passaggio della popolazione. Ceniamo al ristorante del Ginà con Valentina e due suoi simpatici colleghi. Petra, studentessa tedesca che sta facendo una ricerca sulla socialità dei lemuri Microcebi e Andreas, anche lui tedesco, magro come un chiodo, qui per studiare la genetica dei lemuri Chereogales. E’ d’obbligo festeggiare il primo pranzo malgascio con l’assa
ggio di uno dei suoi piatti più tipici: il ravituto . In sostanza è uno spezzatino di zebù ricoperto di foglie di manioca e accompagnato dall’immancabile, gigantesco, piatto di riso lessato. Nonostante la conversazione difficoltosa per il fatto che mi ritrovo a parlare in francese imbastardito da qualche parola inglese, e per di più con ragazzi tedeschi, la serata passa piacevolmente e a malincuore, Grazia ed io, lasciamo la compagnia che continuerà la serata sorseggiando una bibita ai tavoli del Las Vegas, per andarcene a letto. Purtroppo la prima notte malgascia sarà funestata da due inconvenienti, che per fortuna non si ripeteranno nelle notti successive: il primo riguarda la strage di cucarachas – tanto per non chiamarli scarafaggi – che ci troviamo costretti a fare non appena accendiamo la luce nella camera; il secondo riguarda invece una maledetta sconnessione delle tavole traversali sulle quali poggiava il sottile materasso del mio letto, sconnessione che mi ritrovavo immancabilmente, sia da capo che da piedi, proprio a battere sui punti più dolenti e delicati della mia schiena.

FORT DAUPHIN O TAOLANARO

E così dopo una notte agitata, ci ritroviamo a sabato 13 gennaio da dedicare al primo vero approccio alla realtà malgascia. Colazione sulla terrazza del Las Vegas e poi a piedi accompagnati da Valentina alla scoperta di Fort Dauphin. Il nome deriva chiaramente dal forte militare che i francesi vi costruirono nel 1643 in onore del Delfino di Francia, e che poi, ai tempi della occupazione francese, venne utilizzato come porto per il commercio degli schiavi. La cittadina si estende su un piccolo promontorio pianeggiante e lagunare della costa sud orientale dell’isola, in pieno Oceano Indiano e proprio a ridosso di una catena montuosa. Poco oltre l’albergo la strada si apre su una bellissima spiaggia, tormentata dal vento, nella quale purtroppo fanno mostra di sé un paio di relitti in ferro di navi mercantili, chissà perché e percome, finite e abbandonate qui. Passeggiando lungo la strada, comincia a modificarsi, anche se di poco, l’impressione ricevuta all’arrivo di ieri sera. Lungo la strada ora vedo qualche costruzione in muratura, un’insegna di una banca, un negozio dove è alloggiata un’agenzia turistica, un negozio di souvenir, alcuni edifici risalenti all’epoca coloniale e ormai abbandonati. In sostanza mi accorgo di essere in una cittadina e non in un villaggio, però è una presa di coscienza accompagnata da una sensazione di squallore decadente e sporco che mi fa rimpiangere quel piacevole colore locale offerto dalle misere baracchette di ieri sera. Proseguiamo e nei pressi di altri edifici decadenti vedo intere famiglie che vendono qualche mango o qualche banana mentre i bambini giocano in mezzo alla polvere. Ancora un grandissimo albero sotto la cui ombra si sono radunati alcuni poveri venditori di frutta e frittelle e poi una piazza fiancheggiata da un albergo e sovrastata dalla mole imponente di una chiesa protestate. Saliamo alla chiesa, ma è chiusa e in lontananza vediamo un altro grande edificio, anche quella una chiesa e questa volta cattolica, Ma anche quella è chiusa. Ritorniamo sulla strada asfaltata e ci sediamo ad un bar. Il traffico è scarso e limitato a qualche scarcassata Renault 4 con la scritta taxi e a qualche fuoristrada giapponese. Nel pomeriggio, dopo un ottimo tonno alla griglia al Las Vegas, proseguiamo la nostra esplorazione. Arriviamo sino alla punta estrema del promontorio dove c’è una guarnigione militare e dove ci sono ancora i pochi resti dell’originale forte francese. Poi da qui scendiamo sull’altro versante del promontorio, incontriamo una moschea islamica e costeggiando una serie di edifici in muratura risalenti al periodo coloniale completamente abbandonati e disabitati, raggiungiamo il mare. Viene da pensare che i malgasci preferiscano abitare in capanne di legno piuttosto che in questi edifici. Forse perché così non pagano niente? Scendiamo alla spiaggia Libanona, dove i pochi turisti, che da ora in poi chiamerò vasàh così come li chiamano i locali per intendere straniero e bianco, vengono a fare il bagno e a prendere il sole. Vicino alla spiaggia un paio di casette in legno da dove, al nostro avvicinarsi, escono, correndo per venirci incontro, una decina di bambini. Caramelle e grandi feste. In mare vicino alla riva quattro pescatori stanno pescando con lenze. Continuiamo il giro costeggiando il mare, avendo come riferimento la grande chiesa cattolica che sovrasta il mare di casette in legno immerse nella vegetazione sottostante. Incontriamo spesso persone che tornano dal mare con il loro bottino di pesci. Quando decidiamo di tornare verso l’albergo scendiamo per una strada un po’ più grande delle altre, sempre naturalmente sterrata, che passando attraverso decine di casette di legno ci rivela una delle zone più popolate di Fort Dauphin. Due ragazze, una delle quali dice di avere 15 anni ed è incinta ma il padre non ne vuol sapere, e l’altra 27 anni con 4 figli, si affiancano a noi e ci accompagnano in pratica fino all’albergo con la speranza, esaudita, di ricevere un paio di magliette in regalo. Questo problema delle ragazze madri è una condizione molto frequente qui in Madagascar. A 15/16 anni il primo figlio, a 25 anni 5/6 figli, spesso di padri diversi. L’assistenza sanitaria è interamente a pagamento tanto è vero che la ragazza incinta tenta di venderci qualche braccialetto, spacciato per argento, cercando di impietosirci con il fatto che dovrà pagarsi l’ospedale per partorire. Serata folle, si fa per dire, con cena a base di aragostine che consumiamo in una simpatica e piccola trattoria nei pressi del mercato, “Chez Perline”, che secondo l’esperienza di Valentina e dei suoi colleghi è il locale di Fort Dauphin, nel quale, in rapporto alla qualità e al prezzo, si mangia decisamente meglio. Il ritorno in albergo, nonostante l’ora tarda e la strada pressoché buia ma continuamente frequentata da persone, non presenta alcun problema e questo ci convince sull’assoluta tranquillità della zona.

EVATRA E LOKARO

Anche a Fort Dauphin la domenica è giorno di festa. E mentre noi in fuoristrada attraversiamo il paese diretti a Evatra e a Lokaro, è piacevole e toccante vedere con quale convinzione e quale gioia, una processione continua di uomini, donne e bambini, tutti chiaramente vestiti a festa, sta dirigendosi verso le due chiese, la cattolica e la protestante, finalmente aperte, per assistere appunto alla Messa domenicale. Mi dicono che le due chiese durante la funzione, sono stracolme, piene di fedeli arrivati dal paese e dai numerosi villaggi dei dintorni. E quello che vedo non fa che confermamelo. Sono contento che la nostra decisione di dedicare la domenica a questo tour contribuisca a far lavorare quattro persone: Jerome, l’organizzatore e guida per il previsto trekking; Clotilde, la cuoca che ci preparerà il pranzo a Evatra, l’autista del fuoristrada per portarci sino alle sponde del lago Lanirano a tre chilometri da Fort Dauphin e infine il guidatore del pirogone con motore fuoribordo che, attraverso una laguna parallela all’Oceano, ci porterà fino a Evatra. E ancora sono contento di poter ospitare sulla nostra imbarcazione due abitanti di Evatra che possono così tornare alla loro casa. Forse è una bischerata ma tutto questo mi mette di buon umore e mi fa sentire meno il peso del mio essere un fortunato vasàh. Il percorso è incantevole. Trascorriamo un’ora piacevolissima navigando tra canali e canaletti fianc
heggiati da rive verdissime dove abbondano migliaia di piante acquatiche, dalle cosiddette orecchie d’elefante, per le loro foglie gigantesche simili al banano, all’ibiscus selvatico, ai pandani giraffa, ai ficus, alle mangrovie e naturalmente alla magnifica ravenala, la palma del viaggiatore, che qua e là eleva il suo magnifico ventaglio di foglie al di sopra di tutto il resto della vegetazione. Jerome è nerissimo, evidentemente di etnia proveniente dall’Africa ed è orgoglioso di farmi sapere che conosce anche qualche parola di italiano. Conserva in una tasca, con amorevole cura, e ogni tanto consulta e studia , un piccolo vocabolarietto in cinque lingue avuto in regalo da qualche turista. Come quasi tutti i malgasci purtroppo ha la brutta abitudine di usare senza ritegno le dita per fare pulizia all’interno del suo naso: ed è imbarazzante quando al momento di salutarli ti vedi porgere la mano per una stretta amichevole! Clotilde invece è una discreta ragazza, che approfitta del lungo trasferimento per dormire: si giustifica dicendo che ieri sera ha fatto tardi in discoteca. Sullo sfondo, dalla parte opposta al mare dal quale ci separa una piccola striscia di terra, si vedono le verdi montagne che con il picco di Saint Luce segnano l’inizio della catena montuosa che sorge proprio dietro Fort Dauphin. La laguna , salvo qualche rara piroga di pescatori, è deserta. Sulle rive, di quando in quando, spunta qualche modesto raggruppamento di capanne nelle quali si intravedono bambini che ci guardano incantati e donne che lavorano. Dopo circa una dozzina di chilometri dalla partenza, la palude diventa di nuovo lago, il Lac Ambavarano, sulle cui rive sorge Evatra, un piccolo villaggio di pescatori. Il luogo è paradisiaco. Il laghetto è separato dal mare da una striscia di spiaggia bianchissima, seguita da un centinaio di metri di uno specchio d’acqua salata che gli abitanti attraversano a piedi, poi di nuovo un’altra piccola striscia di sabbia e infine, al di là, l’oceano Indiano. Sbarchiamo e mentre Clotilde è contenta di restarsene a riposare sotto una grande capanna attrezzata con un tavolo per il pranzo, Grazia, Valentina ed io seguiamo Jerome per il previsto trekking fino alla penisoletta di Lokaro. La giornata è bella, il sole caldo ma un leggero venticello rende l’aria piacevolissima. Seguiamo un piccolo sentiero che, passando attraverso un altro villaggio, ci porta sulla cima di una collina dalla quale ci godiamo uno stupendo panorama sulla spiaggia paradisiaca di Evatra: da sinistra a destra, l’Oceano Indiano con le sue onde, poi una striscia di sabbia, poi un limpido e immobile specchio d’acqua, poi ancora una striscia di sabbia, poi il laghetto e infine le capanne del villaggio. Il tutto colorato di azzurro (mare e cielo), bianco (sabbia e nuvole) e verde (le collinette ricche di vegetazione che punteggiano il terreno). Consapevoli che per nostri limiti fisici faremo solo una piccola parte del previsto percorso, ascoltiamo volentieri le spiegazioni di Jerome sulla natura e sui nomi di alcune piante medicinali. Raggiungiamo la prima spiaggetta e, nonostante la forte tentazione, non possiamo fermarci subito. Andiamo avanti. Ma quando arriviamo ad una nuova spiaggetta, buttiamo giù la maschera e confessiamo a Jerome – anche lui credo che ne sarà felice – che intendiamo fermarci lì, prendere un po’ di sole e farci un bagno nell’Oceano Indiano. Per evitare problemi con qualche squalo, mi limito a restare nell’acqua bassa vicino alla riva e poi mi sdraio rilassato all’ombra di un paio di pandani mentre Grazia e Valentina cercano qualche conchiglia. Dopo un’oretta, i finissimi granelli di sabbia che, spinti dal vento che ha preso forza, cominciano a graffiarci la pelle, ci spingono a rivestirci e a riprendere la strada per tornare a Evatra, fiduciosi che la nostra Clotilde abbia avuto la meglio sul sonno arretrato e ci abbia preparato un buon pranzetto. Non restiamo delusi: protetti dalla gradevolissima ombra della capanna , e in spregio alla prudenza raccomandata da tutte le guide cartacee, ci gustiamo un antipasto a base di freschissimi pomodori e cetrioli crudi, un vassoietto di verdure cotte, un piatto di gamberetti in salsa, un granchio bollito e il solito, immancabile, piatto di riso con zebù. Il tutto annaffiato con l’acqua di una noce di cocco. Poi Clotilde supera se stessa concludendo il pranzo con un indimenticabile vassoio di banane flambé caramellate al rhum. Breve riposo e poi chiedo a Jerome di poter visitare il villaggio di Evatra. Pur senza dimostrare un grande entusiasmo, mi accontenta. In sostanza si tratta di una trentina di piccole capanne dall’aspetto piuttosto trasandato, fatte in legno e foglie di palma, disposte in uno spiazzo liberato dalla vegetazione. Si percorre le strade sterrate e polverose che dividono le capanne, frequentate solo da alcuni magrissimi polli caratterizzati da un collo e gambe lunghissime. Gli abitanti stanno seduti all’interno delle capanne o al massimo sulla porta. Ci guardano passare. Mi sembra di avvertire una certa freddezza; se mi avvicino a qualcuno per chiedere il permesso per fotografare, capisco solo “argent”. In uno slargo, seduto all’ombra di un grande albero, c’è un uomo addobbato con una specie di vestaglia. Per il disagio che sento, resto con la curiosità di sapere se si tratta di un ammalato o del capo del villaggio paludato per qualche occasione. Lasciamo il villaggio, risaliamo sulla nostra pirogona e facciamo il percorso al contrario fino al ritorno in albergo. Cena al Las Vegas ancora insieme a Petra e a Andreas che domani lasceranno Fort Dauphin: Petra tornerà al suo campo nella foresta per continuare i suoi studi; Andreas invece partirà per la Germania con la previsione di tornare qui nel prossimo mese di agosto.

AMBOVOMBE

Brutto risveglio per lunedì 15 gennaio: sta piovendo a catinelle e in più Valentina ha problemi di diarrea e non se la sente di venire con noi a Ambovombe. Preferisce riposarsi. Noi, fiduciosi nel fatto che andando verso occidente la pioggia dovrebbe cessare, ci prepariamo per la gita. Fuori dell’hotel troviamo infatti Jerome che ci sta aspettando con il suo amico tassista, Armand. Abbiamo pattuito un prezzo di 350.000 FM per una gita di un giorno fino alla cittadina di Ambovombe situata a circa un centinaio di chilometri a ovest di Fort Dauphin, dove, proprio di lunedì, si svolge un animato mercato degli zebù. Lasciamo Fort Dauphin sotto la pioggia ma per fortuna dopo una trentina di chilometri troviamo conferma alle previsioni: la pioggia cessa e il cielo si fa azzurro. Meglio così. L’asfaltatura della strada risale a molti anni fa e quindi Armand deve rallentare continuamente per la presenza di buche o tratti sterrati. Il traffico è scarsissimo. Pochi i centri abitati: Karameno, Ranopiso, Amboasary, piccoli villaggi fatti di capanne in legno che attraversiamo senza fermarci Poco dopo le 10 arriviamo a Ambovombe. E’ una cittadina più piccola di Fort Dauphin, attraversata da strade polverose fiancheggiate da basse costruzioni in legno o muratura, una grande chiesa, una missione cattolica e naturalmente, essendo giornata di mercato, un gran via vai di persone e la consueta sfilata di venditori che espongono le loro merci per terra, lungo le strade. Grazia reclama per la mancata colazione del mattino e viene accontentata entrando nel locale che più degli altri ci sembra somigliare ad un bar. Il locale è gestito da una signora indiana che farà fede alle sue origini, dimostrando una efficienza opposta a quella dei malgasci : senza darci il tempo di rendercene conto, ci fa accomodare in una stanzetta adiacente, completamente vuota, che dopo un attimo viene attrezzata di tavolo e sedie; il caf
fè e il thé ci verranno pomposamente serviti con tanto di teiera in porcellana in perfetto stile inglese! Placate le esigenze dello stomaco di Grazia, ci incamminiamo verso uno spiazzo situato fuori del paese dove si svolge il settimanale mercato degli zebù che richiama migliaia di venditori e compratori da tutte le zone limitrofe. Lungo la strada incontriamo uomini che tornano con i loro acquisti: giovani zebù bianchi, neri o chiazzati con la loro grossa gobba di grasso sul collo. Il mercato, in uno spazio vuoto senza nessuna attrezzatura, non è altro che un raggruppamento di uomini, donne e bambini, chi in piedi, chi accucciato sui piedi, e in mezzo a loro zebù e caprette. Ne approfitto per fare qualche fotografia; sfidando così la smania di un ragazzo che insistentemente mi seguirà reclamando un compenso, chissà perché proprio lui e solo a lui, per le foto. Torniamo sui nostri passi e ci perdiamo in mezzo alle povere bancarelle del mercato. Sì oltre a quelli che vendono sparpagliando la merce per terra ci sono anche alcune bancarelle più attrezzate. A parte i soliti modesti capi di abbigliamento, potremmo acquistare erbe e radici medicinali, misteriose bottigliette riempite di un liquido giallo (credo di capire che sia un disinfettante), ciabatte nere ricavate da copertoni di camion, riso e sale contenuti in grosse pentole di latta, bicchierini di fresco yogurt contornati di mosche. E poi banane, mango, verdure, pesci, baguettes e gli immancabili involtini fritti ripieni di carne o di verdure. Contrattiamo per acquistare due teli commissionatici da Valentina ; teli che, ci dicono, vengono usati per riavvolgere la salma dei defunti quando, qualche tempo dopo la morte, vengono riesumati, festeggiati, e, secondo l’usanza merina chiamata famadihana, sepolti una seconda volta. Le donne generalmente indossano gonne lunghe a colori vivaci; quelle che hanno un bambino piccolo se lo portano dietro sapientemente legato alla vita con una lamba colorata; gli uomini invece, molto più miseramente, sono vestiti con camicia e pantaloni di foggia occidentale. Certamente siamo gli unici stranieri presenti ad Ambovombe e ci rendiamo conto di destare l’attenzione dei locali, i più intraprendenti dei quali, peraltro, si limitano ad osservarci, a pronunciare la solita fatidica parola, vasàh e a rivolgerci un bel sorriso. Ai lati della lunga strada che attraversa il paese interi gruppi familiari stanno radunati sotto l’ombra di grandi e provvidenziali alberi; qua e là uomini e donne riposano seduti all’ombra di un muretto passando il tempo e la giornata a guardare il movimento dell’altra gente che passa. Così, sempre uguale, oggi come ieri e come domani. Prima di lasciare il paese, andiamo a pranzo in un semplice ristorantino dove, senza fretta, insieme a Jerome e Armand, ci gustiamo delle ottime brochettes di zebù. Sulla via del ritorno, senza la fretta del mattino, possiamo goderci lo spettacolo di una vegetazione veramente inconsueta e varia lungo il centinaio di chilometri di strada che ci riportano a Fort Dauphin. Nelle vicinanze di Amboasary, nodo stradale, si fa per dire, dal quale partono le strade per la Riserva di Berenty e quella di Kaleta, la strada passa in mezzo a sterminate piantagioni di sisal. Poi continuando verso oriente e fino a Ranopiso, la zona si fa più arida e la vegetazione è costituita da una incredibile foresta spinosa: giganteschi cactus; migliaia di alluaudia, una pianta endemica fatta di pochi rami lunghi e diritti curiosamente ricoperti da piccole foglie disposte a spirale sul tronco stesso; euphorbie e altre decine di piante grasse delle quali il buon Jerome si affanna a dirmi il nome. Una sosta la meritano due curiosi e splendidi baobab che si elevano su un campo nei pressi di un raggruppamento di misere capanne. Dopo Ranopiso, grazie al clima meno arido, la vegetazione si fa più folta e ricordo enormi alberi di mango carichi di frutti, eucalipti citronella le cui foglie emanano un gradevolissimo profumo di limone, tamarindi e l’originalissima palma triangolare che cresce solo in questa piccola zona ed è l’unico esemplare del mondo vegetale ad avere una simmetria trilaterale. Alcune soste le meritano anche le caratteristiche tombe che, senza un criterio intuibile, vediamo spuntare in mezzo alla vegetazione. Alcune sono costituite da piccoli obelischi sui quali è disegnato il volto del defunto, altre sono nascoste da un recinto in legno sormontato da teschi e corna di zebù. Una, grande, costituita da più elementi in muratura pitturata a calce bianchissima, sorge in mezzo ad una radura come protetta da enormi cespugli di cactus. Per rispetto ai tabù locali Jerome mi invita a non avvicinarmi troppo a queste tombe perché potrebbe essere considerato dai locali come un atto di scortesia. Scarsa invece la presenza di fauna: grazie all’occhio di Armand riusciamo appena a vedere due o tre pappagallini colorati. A causa delle continue soste per spiegazioni e foto alle quali i nostri autisti hanno sempre gentilmente acconsentito, il tratto che al mattino avevamo percorso in due ore, al ritorno ci richiede quasi il doppio del tempo. Ma certamente ne è valsa la pena. Al nostro Motel Ginà troviamo Valentina che ha approfittato della giornata di riposo, per rimettersi bene in sesto. Questo ci consente, dopo un po’ di relax nel giardino del nostro bungalow che si sta rivelando sempre più confortevole e piacevole ( le cucarachas non si sono più viste e le tavole del mio letto sono state adeguatamente livellate), di trascorrere la serata con lei, cenando al Mahavuki, un ristorante con una modesta pretesa di eleganza che però mi fa rimpiangere l’ambiente più semplice e genuino del Chez Perline.

FINALMENTE I LEMURI

Martedì 16 gennaio, dopo una nottata di pioggia, ci svegliamo con un bel sole e un cielo azzurro. Poiché Valentina deve preparare alcune cose per domani, quando finalmente andremo nella “sua” foresta di Saint Luce, io e Grazia ne approfittiamo per visitare la Riserva di Nahampoana a pochi chilometri da Fort Dauphin. E’ una riserva di recente apertura ed è di proprietà di un indiano. La raggiungiamo in taxi passando attraverso la parte più povera – non c’è mai fine a niente – del paese fino a costeggiare il lago e entrare poi nella foresta. L’ingresso è a pagamento e comprende anche l’accompagnamento di una guida. Con noi viene Davis un giovane laureato in biologia. E finalmente vediamo i lemuri: grazie al richiamo irresistibile della banana, una dozzina di lemuri catta, quelli con la lunga coda a righe, si avvicina a noi e, dopo alcuni istanti di studio, mangiano direttamente dalla nostra mano e ci salgono sulle spalle. Sono animali veramente simpatici. Ancora più piacevole sarà poi con un altro lemure, il sifaka, dal corpo completamente bianco e la testa e il musetto neri: buffo è il loro modo di saltellare e correre restando eretti sulle due zampe posteriori e con le braccia alzate. Anche questi, ormai abituati ai visitatori, ci vengono vicini e prendono i pezzetti di banana dalle nostre mani. Infine, dopo una perlustrazione più attenta, riusciamo a trovare anche un gruppo di lemuri di quella stessa specie che la nostra Valentina è venuta a studiare nella foresta di Saint Luce, i lemur fulvus collaris,. Sono marroni; muso ad orsetto, occhi vivaci, coda lunga ma non prensile. Anche loro ghiotti di banana. Nella riserva, oltre ai lemuri, si trovano alcuni esemplari di tartaruga radiata e un coccodrillo. Grazie alle indicazioni di Davis riusciamo anche a vedere due camaleonti, uno lungo una trentina di centimetri e uno più piccolo. E’ curioso osservarli immobili su un ramo mentre roteano quasi a 360°
gli occhi, in modo indipendente l’uno dall’altro. Splendida anche la vegetazione: manghi, cannella, canfora, bambù giganti, eucalipti, il grande albero del jackfruit( i suoi grossi frutti, simili come formato all’ananas ma di dimensioni almeno triple, nascono curiosamente dal tronco), magnolie e alcune delle piante già incontrate nella foresta spinosa. Concludiamo la piacevole passeggiata nella riserva con un suggestivo percorso in piroga lungo un piccolo corso d”acqua che si snoda all’interno di una fittissima vegetazione costituita per lo più dalle sempre più splendide e gigantesche orecchie di elefante. Mentre ci rilassiamo piacevolmente cullati dal delicato rumore delle pagaie, ci accorgiamo che il corso d’acqua è utilizzato dagli abitanti del villaggio limitrofo come lavanderia, come sala da bagno e come piscina. Terminata la visita, aspettiamo che l’autista del taxi torni a riprenderci come pattuito e infine torniamo a Fort Dauphin. Il pomeriggio, dopo un ottimo pranzo a base di granchio gratinato dal solito Chèz Perline, lo riserviamo ad una rilassante visita alla zona del mercato, senza dubbio la più interessante della cittadina, anche perché ospita la vivace stazione dei taxi brousse. Il taxi brousse è il mezzo di trasporto più economico del Madagascar. Il servizio per lo più è svolto da vecchissimi autobus o furgoni di ogni tipo che sembrano sempre sul punto di sfasciarsi in mezzo alla strada. Mi è sembrato di capire che non abbiano un orario ben definito, ma partono ad intervalli più o meno regolari, da un capolinea stabilito, solo quando sono al completo. Normalmente ogni cittadina ha la sua “stazione” di taxi-brousse, identificabile solo dalla presenza di più autobus, dai modelli e dimensioni più disparati, in sosta in attesa di passeggeri: non ci sono cartelli né orari e né tanto meno i bus hanno un qualcosa che aiuti ad identificarli come mezzi pubblici o cartelli con l’indicazione della destinazione. Il biglietto si acquista a bordo e naturalmente costa una cifra irrisoria. Per quanto riguarda il mercato non c’è niente di particolarmente nuovo: meraviglia vedere che pur essendo ormai pomeriggio inoltrato, i venditori siano ancora ampiamente presenti. Ho come l’impressione che la gente trascorra tutta la vita per strada, accanto alla povera merce da vendere, mangiando e dormendo, senza un orario. La giornata dura ventiquattro ore, sempre uguali, e perché allora allontanarsi dal punto vendita: anche se in tutta la sera riesci a vendere un solo mango è tutto di guadagnato; tanto, non hai perso niente perché non c’è niente altro da fare. A cena incontriamo finalmente Giuseppe (rientrato d’urgenza da Saint Luce per un incidente ad un occhio che fortunatamente si rivelerà senza conseguenze), capo-ricercatore dell’equipe di Valentina, forte di precedenti esperienze universitarie nella parte occidentale dell’isola e ora rivolto allo studio e alla salvaguardia dei pochi lemuri fulvus ancora presenti in uno degli ultimi lembi di foresta pluviale del Madagascar.

FUORI DALLE ROTTE TURISTICHE

Sembra proprio che riusciremo a provare l’esperienza di trascorrere un paio di giorni nella foresta di Saint Luce situata ad una quarantina di chilometri a nord di Fort Dauphin. Alle 11 di mercoledì iniziamo infatti il viaggio a bordo di una grossa e potente Toyota Landcruiser: sono con noi, Valentina, Giuseppe, Petra, e tre abitanti dei villaggi che incontreremo lungo la strada, che approfittano del mezzo messo a disposizione dal Centro minerario per tornarsene a casa. La strada è interamente sterrata e come se non bastasse piena di buche, smottamenti, guadi, pietre scoperte, ponticelli traballanti che ci accompagneranno per le quasi tre ore necessarie per arrivare a destinazione. Spesso, durante la stagione delle piogge, la strada diventa impraticabile anche per un eccellente fuoristrada come questo Toyota che l’autista dice di essere stato capace di attraversare senza problemi un guado con l’acqua che arrivava all’altezza dei finestrini. Lungo il percorso attraversiamo alcuni piccoli villaggi dove acquistiamo volentieri un po’ di frutta: ananas, manghi, banane e jack-fruit. A Mayalantu facciamo una breve sosta per osservare le donne del villaggio che costruiscono borse e cappelli utilizzando foglie di palma tagliate a strisce lunghe e sottili. La mia schiena. seppur sottoposta a una prova massacrante, si comporta bene. E poi il paesaggio è talmente coinvolgente che fa passare sopra a tutto. Grazie anche a Giuseppe che ci racconta delle sue precedenti esperienze e di tutto quello che ha fatto per impiantare e organizzare il campo di ricerca al quale siamo diretti. Anche l’autista, un malgascio laureato e esperto in rettili dell’isola, seppur impegnato in una guida non facile e che non consente distrazioni, contribuisce a rendere più interessante il viaggio fornendoci notizie sulla vegetazione e facendoci vedere un bell’esemplare di camaleonte immobile su un ramo. La strada si snoda parallela alla costa ad una decina di chilometri dal mare. Alla mia sinistra, precedute da un chilometro di pianura utilizzato come pascolo che ormai ha soppiantato l’originale foresta pluviale, vedo alcune basse montagne che segnano l’inizio del Parco Nazionale di Andohahela. Facciamo una piccola deviazione per passare al campo ricerche di Mandena dove lasciamo Petra che dovrà continuare i suoi studi sulle piante tropicali e sul lemure microcebo. Poco dopo le 14 arriviamo al campo ricerche di Giuseppe e Valentina. Il campo consiste in appena una mezza dozzina di tettoie in legno, costruite all’interno della foresta pluviale di Saint Luce, che svolgono in maniera molto spartana, la funzione di sala da pranzo, cucina, ufficio e protezione per le tende dei ricercatori. Infine in una zona appartata e appena segnalata da un nastro colorato che serve da avviso di “libero/occupato”, c’è la zona servizi: un casottino in legno facente le funzioni di latrina e una rudimentale doccia. E siccome le tettoie sono ormai tutte occupate, noi dobbiamo accontentarci di sistemare la nostra tenda a igloo in un piccolo spazio in mezzo agli alberi confidando in una nottata senza pioggia. I servizi primari del campo, come la cucina, la lavanderia, la pulizia – si fa per dire –vengono svolti da una cuoca e da un paio di malgasci reclutati nei vicini villaggi. Naturalmente niente acqua corrente né tanto meno elettricità: per la prima fa le funzioni un serbatoio che raccoglie l’acqua piovana e per la seconda…si accendono le candele. Pranzo a base di enormi piatti di riso accompagnati da spezzatino di zebù. Al campo sono presenti altri studenti e ricercatori. Ricordo Ann, una ricercatrice belga che si dedica alla flora tropicale e Rick, un americano, che studia le minuscole ranocchiette mantidactilus punctatus che vivono nell’acqua che ristagna nelle lunghe foglie dei pandani della foresta. Nel pomeriggio fervono – si fa per dire – i preparativi per la grande festa organizzata da Giuseppe e Ann che domani, avendo ormai concluso i loro lavori, lasceranno definitivamente il campo. La cuoca cuoce enormi pentole di riso, due assistenti tentano con scarsa perizia di costruire una rudimentale panca (che poi durante la cena crollerà miseramente sotto il peso dei commensali), il vecchio papa-Jhon si rende utile sbucciando e tagliando gli ananas. Qualche pescatore arriva direttamente dalla spiaggia per portare pesci e grossi granchi; questi ultimi vengono crudelmente privati delle loro temibili chele mediante due secchi colpi di bastone e poi, ancora vivi, rimessi nella busta per poter essere poi lessati. Hanno invitato i principali esponenti dei tre villaggi. Arrivan
o presto, poco prima del tramonto, insieme a mogli e figli, tutti vestiti con l’abito delle grandi occasioni. Quello che chiamano “presidente” e che è il capo di Saint Luce, il più importante dei tre villaggi, consegna pomposamente una scatola in cartone accuratamente legata con una corda a Ann e Giuseppe. I due ricercatori la aprono e, commossi, vi trovano due grosse noci di cocco. La cena si svolge con la massima semplicità e tanta confusione e ristrettezza. Per mancanza di piatti e di bicchieri , mangiamo in due turni, seduti su panche rudimentali: meglio non guardare come la cuoca, Josette, lava, senza acqua corrente in un piccolo catino, i piatti per il secondo turno. Le mogli dei capi, visibilmente più imbarazzate degli uomini, sono naturalmente contornate dai loro bambini che, alla luce delle tre misere candele, ci guardano con i loro incredibili occhioni. Una mamma per tenere buono il suo bambino non ha problemi ad allattarlo al seno, così davanti a noi, seduta al tavolo. Giuseppe rivolge, in francese tradotto in malgascio da un assistente, un sentito discorso di ringraziamento ai capi, per la collaborazione ricevuta in questi mesi di ricerche. A loro volta i tre capi dei villaggi esprimono il loro piacere di aver contribuito a queste ricerche, confidando che la cosa abbia un futuro nell’interesse dei villaggi e dei suoi abitanti. Inutile dire che si mangia un enorme piatto di riso accompagnato da spezzatino di zebù, di pollo e gamberetti, concludendo con cioccolata, biscotti e i dolcissimi frutti che avevamo acquistato lungo il percorso. E infine per la gioia degli invitati, una bottiglia di rum, che li aiuterà a sbloccarsi e a lanciarsi in accenni di danza dietro alle note che escono da uno stereo alimentato a pila. Qualcuno inevitabilmente comincia ad ubriacarsi. Io e Grazia, seppur consapevoli che sarà una dura e difficile nottata, lasciamo la festa abbastanza presto e ce ne andiamo in tenda. Tenda piccola, giusto per tre persone, ma da tenere rigorosamente chiusa, nonostante il caldo, per paura di zanzare e topi. Nelle lunghe ore di insonnia non posso non riflettere sul fatto che in questa piccola tenda che rappresenta appena una minima porzione di quello che abbiamo in albergo che sua volta rappresenta una ancora più minima porzione di quello che abbiamo in Italia, noi abbiamo un infinità di cose in più rispetto a quello che possiedono tutti gli abitanti dei villaggi di Saint Luce. Lo so che posso apparire retorico, ma così è. Non serve a niente o a poco, ma almeno può contribuire ad aumentare la nostra sensibilità di fortunati bianchi del mondo cosiddetto civile, verso i problemi dell’altra parte del mondo. Di buon mattino con il sole già levato, mi alzo, vado alla latrina, faccio una frugale colazione e poi a piedi andiamo alla spiaggia di Saint Luce con la speranza di assistere al rientro dei pescatori. Percorriamo una lunga strada in mezzo a prati, campi di piante carnivore, attraversiamo un paio di villaggi e raggiungiamo la spiaggia. Purtroppo il mare è abbastanza agitato e non vediamo l’ombra di pescatori né sulla riva né in mare. La spiaggia, dove vediamo le piroghe allineate in secca, è completamente deserta e il cielo è nuvoloso. Enormi scogli di granito nero e un gradevolissimo venticello. Delusi per il mancato arrivo dei pescatori torniamo indietro passando per il villaggio di Saint Luce dove, nell’unico punto vendita chiamato Boutique beviamo una coca (uno dei pochi segni che non siamo nel 3000 a.C.) insieme al presidente. Con un certo orgoglio il presidente ci fa vedere il suo ufficio (una capanna in legno con un tavolo e due registri scritti a mano), il pozzo e una edificio in muratura, l’unico, dove c’è la scuola (l’altro segno che siamo nel 2000). Sia il pozzo che la scuola sono stati costruiti dal Centro minerario. Mi dice che gli abitanti dei tre villaggi nel loro insieme non dovrebbero superare le 1800 unità: ma non ne è certo perché deve ancora fare un censimento. Ho l’impressione che non esista neanche un registro delle nascite e delle morti. Torniamo al campo ripercorrendo gli oltre 3 chilometri e passa sotto un sole che si fa sempre più caldo. Nuovo pranzo a base di riso e poi, carichi fino all’inverosimile, perché come al solito alcuni abitanti approfittano di questa macchina per spostarsi e andare nei vari paesi, torniamo a Fort Dauphin concludendo poi la giornata dal nostro Chez Perline con un magnifico e indimenticabile piatto di aragoste, granchi giganti, gamberetti e ostriche .

ANTANANARIVO

Passata una settimana, è venerdì, al mattino ci dividiamo dalla nostra Valentina: lei è in partenza per la Riserva di Berenty per concludere una delle due ricerche sui lemuri e noi invece siamo in partenza per Antananarivo. Raggiungiamo l’aeroporto di Fort Dauphin con notevole anticipo, aggravato anche dall’amara sorpresa di vedere il volo preannunciato con oltre due ore di ritardo. L’attesa all’aeroporto è lunga e cerchiamo di ingannare il tempo acquistando un paio di braccialetti in finto argento da una signora, una carta geografica di Saint Luce e mangiando un piattino di caldissimi e croccanti gamberi fritti. Finalmente si parte e per fortuna il velivolo non è il paventato piccolo Twinotter, ma un, seppur sempre a elica, DC 737. Volo agitato per perturbazioni, arrivo a Tana con cielo coperto e nubi scure. Durante le fasi di discesa e di atterraggio ho l’opportunità, nonostante le nubi, di gustarmi gli stupendi scorci delle risaie, graficamente eleganti nei loro colori dal verde intenso al giallo oro, arricchite dai riflessi di quelle interamente coperte d’acqua, il tutto poi candidamente accompagnato dal rosso delle strade e delle piccole case in argilla. L’aeroporto di Tana si trova nei pressi di Ivato, a circa quaranta chilometri di distanza dalla capitale. In taxi raggiungiamo la città e scendiamo all’albergo Raphia, albergo prescelto in sostituzione del più famoso Sakamanga, purtroppo completo come sempre. Il Raphia è situato alla fine di una stretta discesa che si diparte da una strada centrale abbastanza movimentata e si rivela subito piuttosto squallido. Camera spaziosa, al piano terra, con WC in un pertugio e doccia ricavata nella camera. Ci dobbiamo stare cinque notti e non ci soddisfa troppo. Ma per il momento non abbiamo voglia di esaminare soluzioni alternative. Proprio lo squallore della camera ci spinge ad uscire al più presto e a iniziare il nostro giro a Tana. Memore di tutti gli avvertimenti letti e ricevuti, lascio l’attrezzatura fotografica in camera. Mi porto solo la piccola Yashica T5 da tenere in tasca. Antananrivo è forse l’unica città del Madagascar degna di questo nome. Sorge al centro dell’altopiano a circa 1400 metri di altezza e si estende su una dozzina di piccole colline che le danno un aspetto movimentato. La città trae origine da una guarnigione di mille uomini – da qui il nome che significa appunto “città dei mille” – costituita in mezzo all’altopiano verso il 1610 dal re merina, Andrianjaka, a difesa delle terre da poco conquistate ai Vazimba. Poi lentamente la sua importanza strategica aumenta tanto che dal 1800 viene scelta dai regnanti merina come sede della loro dimora reale. Saranno infine i francesi, quando nel 1895 occuparono l’isola facendone una loro colonia d’oltremare, a sanzionarne l’importanza eleggendola capitale e dotandola di strade e di edifici. Dai 250.000 abitanti di poco più di trenta anni fa, è passata ai 400.000 nel 1978, ai 700.000 degli anni 90 e, considerando anche il vasto comprensorio pianeggiante dei dintorni, ai quattro milioni attuali. Resta comunque una città ch
e non ha molto della metropoli moderna. Sì, nella zona pianeggiante sono sempre più numerose le costruzioni moderne a più piani, ma il nucleo della città restano sempre le caratteristiche colline con le pendici occupate da decine di casette alte e strette, con tetto spiovente e finestre in legno, arricchite da qualche edificio più imponente risalente al periodo coloniale francese, che rendono Tanà diversa dalle altre metropoli. A poca distanza dal nostro albergo, la Place de l’Indipendance, situata su una collina dalla quale si scende al quartiere di Analakely, dove si trovano il mercato e la stazione ferroviaria, viene da noi eletta come nostro punto di orientamento per la visita della città. La piazza, circondata da alcuni palazzi moderni e da un bell’edificio in stile coloniale occupato da una banca, potrebbe far pensare ad una città europea se non fosse per la misera presenza di tanti uomini, donne e bambini sdraiati per terra, seduti sul marciapiede, appoggiati al muro. Sono poveri ambulanti che tentano di vendere un cestino di funghi o qualche stecca di vaniglia; mendicanti che appena ci vedono si incollano a noi con una insistenza inquietante; gruppi familiari che hanno fatto della piazza la loro casa dove mangiano, dormano, allattano i loro bambini e, perché no, giocano a carte! Su un lato della piazza, preceduta da un piccolo giardino pubblico, ci troviamo sul ciglio di una lunga scalinata discendente e godiamo di un colpo d’occhio veramente suggestivo, forse il più bello di tutta la città: la scalinata, affollata di persone che vanno e vengono e degli immancabili venditori seduti ai lati, scende dritta per più di un centinaio di metri per poi riprendere a salire dalla parte opposta in maniera speculare fino alla cima di un’altra collina sulla sommità della quale, in mezzo alle tipiche piccole casette, si erge la mole imponente di una cattedrale cristiana (cattolica o protestante). Lungo la scalinata ci vorrebbero vendere penne, cappelli, borse, frutta e soprattutto…timbri. Sì timbri in gomma che incidono al momento, sulla base della richiesta del cliente. Preferisco non approfondire il motivo di quella grande offerta di timbri, per evitare che un mio interesse dettato da pura curiosità possa venire interpretato come un desiderio di acquistare. Ai piedi delle due scalinate si apre un’ampia area occupata da auto in sosta e da centinaia di poveri venditori di frutta e verdura che non trovano di meglio che esporre i loro prodotti spargendoli per terra. Da un lato poi una serie di piccoli edifici in muratura, uniti tra loro, con tetto spiovente e concavo ricoperto da tegole in argilla, ospitano le centinaia di botteghe del mercato coperto, dove, raggruppati per tipologia di merci, si possono trovare prodotti alimentari, abbigliamento, ferramenta, artigianato e così via. Proseguendo a sinistra si arriva, sempre percorrendo strade e marciapiedi occupati da venditori, all’immensa Avenue de l’Indipendance, che somiglia più a una piazza che a una via, e che fino a poco tempo fa ospitava le migliaia di bancarelle dello Zoma, uno dei mercati all’aperto più grandi e famosi del mondo. Una parte dei venditori è stata spostata in una zona recintata poco distante mentre quelli meno fortunati o illegali si sono riversati nelle strade limitrofe e nella piazza del mercato coperto. Questa specie di combinazione tra una avenue e una piazza è fiancheggiata da moderni e bassi edifici porticati occupati da banche, negozi e alberghi. Purtroppo il rischio che i portici possano diventare ospizio notturno per i tanti diseredati che gravitano nella città, ha consigliato di ricorrere ad un rimedio che però risulta squallido e sinistro: quasi tutti i portici sono protetti da terra fino al soffitto da antiestetiche cancellate attraverso le quali si aprono piccole porte per il passaggio delle persone durante la giornata. Al termine dell’Avenue de l’Indipendence, sorge la struttura coloniale della stazione ferroviaria. Sarei curioso di provare le ferrovie malgasce, peraltro limitate a pochissimi tratti, uno sino a Tamatava sul mare che è il porto di Tanà, una verso sud a Ambosirave e pochissime altre. Per il momento ci limitiamo a visitarne l’interno, molto squallido e sporco. Scarsissimo il movimento, limitato a qualche persona seduta sulle panche in attesa. Anche se non sappiamo bene che cosa possano attendere perché nessun cartello sembra indicare una prossima partenza di treno. Cominciamo a sentire la stanchezza e torniamo verso l’albergo. Seguendo i consigli della Lonely Planet che induce ad astenersi dal passeggiare per le strade di Tanà nelle ore notturne, ci fermiamo in un bel localino vicino all’albergo, dove ceniamo all’aperto gustando una saporita zuppa chinoise seguita da un ottimo filetto di zebù al pepe verde. Dopo una nottata non troppo tranquilla a causa di forti rumori, simili a quelli provocati da svuotamento di sacchi di carbone, provenienti dall’appartamento sopra alla nostra camera, continuiamo nella nostra esplorazione del centro della città, approfittandone anche per cercare di trovare una sistemazione migliore per le prossime notti. Nel passeggiare lungo le strade di Tanà restiamo colpiti dalla grande quantità di abitazioni e negozi che hanno porte e finestre, anche ai piani superiori, protette da grosse grate in ferro In taxi andiamo al parco zoologico e botanico di Tsimbazaza verso la periferia sud della città. La delusione di trovarvi diverse specie di lemuri e altri animali chiusi in anguste gabbiette, dopo averli visti vivere liberi nella foresta di Saint Luce e nella riserva vicino a Fort Dauphin, ci indispone un po’ e non ci godiamo come sarebbe giusto l’atmosfera rilassante del parco. Particolarmente dura sarà la visione di una coppia di fossa (chiamata anche la pantera rosa del Madagascar), il loro andirivieni continuo da un lato all’altro della piccola gabbia nella quale sono rinchiusi e separati uno dall’altra, suscita in noi un sentimento di angoscia. Molto più piacevole sarà passeggiare lungo le strade del parco, in mezzo ad eucalipti, palme, manghi, ammirare un delizioso laghetto interamente coperto da piante acquatiche, curiosare in una ricostruzione di antiche tombe. Poi la interessante visita al rettilario dove in piccole vetrine vivono diverse specie di camaleonti, serpenti e alcune coloratissime minuscole ranocchiette. Di nuovo in taxi per raggiungere la cima della collina sulla quale si elevano i resti del palazzo della regina chiamato Rova (cittadella). Purtroppo di quella che era una delle pochissime testimonianze architettoniche dell’epoca dei Merina, restano solo le strutture esterne a causa del disastroso incendio scoppiato nel 1995. Quello che resta è visibile solo dall’esterno, attraverso un cancello chiuso: osservo le strutture del palazzo, facendo fatica ad immaginarmelo all’epoca della regina Ravanalona I verso la metà del XIX secolo. mentre alcuni ragazzi si offrono con insistenza per farci da guida. Diciamo che non ne abbiamo bisogno e che non ci interessa, ma non c’è niente da fare. Uno di loro inesorabilmente ci viene dietro e comincia a raccontarci, in uno stentato italiano, la storia della regina Ravalona. E’ più deciso di me e alla fine finisco con l’assecondarlo approfittando per fargli qualche domanda. Nessuna particolare rivelazione, anche perché l’italiano si rivela sempre più stentato per non dire incomprensibile e alla fine gli diamo una mancia e, finalmente liberi, continuiamo il nostro giro. In fin dei conti la cosa più bella del Rova è il panorama sulla città e quindi ne approfittiamo per godercelo seduti sulla terrazza del Grill du Rova,: si distingue benissimo il rotondo specchio d’acqua del Lac Anosy intorno al quale gravitano alcuni edifici moderni e il g
rattacielo dell’immancabile hotel Hilton. Per il ritorno in centro decidiamo di provare il taxi brousse: pochissimi franchi per un trasferimento senza problemi attraverso le strette stradine che scendono dalla collina, in quel momento particolarmente congestionate per lo svolgimento di un matrimonio in una chiesa cattolica. Dopo un breve spuntino a base di omelette, affittiamo un taxi per andare a visitare il palazzo reale di Ambohimanga, situato a circa una ventina di chilometri da Tanà. Purtroppo il tempo sembra volgere al peggio e infatti la pioggia ci accompagnerà per tutto resto del giorno ( e della notte). Ad Ambohimanga, un modesto raggruppamento di casette a mezza collina, è ancora visibile e ben conservato il tratto dell’antica cinta muraria con la porta di accesso alla zona del palazzo reale, a fianco della quale sta ancora la gigantesca ruota in pietra che serviva a sbarrare l’ingresso in caso di pericolo. Percorriamo a piedi, sotto una pioggia per niente fastidiosa, l’ultimo tratto di salita fiancheggiata da qualche modesta bancarella di prodotti dell’artigianato locale. Il palazzo reale, costruito e appartenuto al re Andriananampoinimerina che nel 1787 riuscì ad unificare tutto il Madagascar sotto i Merina, si presenta come una piccola e modesta costruzione in legno situata all’interno di un giardino sulla cima della collina. Con l’inevitabile compagnia di un guardiano ne visitiamo le stanze nelle quali sono conservati mobili e suppellettili varie provenienti in gran parte da regali dei reali francesi e inglesi. Nella camera che il re utilizzava per trascorrere le giornate con la favorita, scelta a turno tra le sue dodici mogli, il nostro accompagnatore ci mostra la piroga attaccata al soffitto nella quale il re si nascondeva in caso di arrivo di ospiti indesiderati o inattesi. Da un terrazzo al primo piano del palazzo lo sguardo spazia estasiato attraverso le infinite tonalità di verde e giallo delle risaie che occupano tutta l’immensa piana alluvionale di Betsimatatatra, fino alle colline di Tanà su una delle quali è facile individuare la struttura del Rova della regina Ravalona. Dopo il ritorno in albergo, sotto una pioggia sempre più insistente, ci incamminiamo verso il ristorantino della sera precedente che, purtroppo, troviamo chiuso per turno. La zona è completamente buia e per un attimo, non avendo voglia di tornare verso il centro, pensiamo di dover rinunciare alla cena. Ma niente paura: mentre siamo lì, sotto la pioggia senza un ombrello, indecisi sul da farsi, ecco spuntare dal buio un provvidenziale bambino che, intuito il problema, si offre di accompagnarci ad un altro ristorante nelle vicinanze. Divertiti ma fiduciosi, lo seguiamo per un paio di centinaia di metri fino all’ingresso di una specie di pizzeria francese dall’aspetto piuttosto raffinato: siamo gli unici clienti ma ci mangiamo ugualmente un paio di calde gallette bretoni cucinate e condite alla maniera della nostra pizza.

NEI DINTORNI DI ANTANANRIVO

Dopo una seconda nottata all’hotel Raphia ancora disturbata da rumori, gocciolamenti di acqua dal soffitto e problemi di illuminazione nel vano doccia e in quello WC, abbiamo la gradita sorpresa di svegliarci al mattino di domenica allietati da un provvidenziale cielo quasi sereno. Ne siamo particolarmente felici perché alle 8.30 passerà a prenderci il fuoristrada 4 x 4 per la prevista escursione nei dintorni di Tanà. E’ domenica mattina e anche qui, come a Fort Dauphin, assistiamo al continuo passaggio di intere famigliole vestite a festa, a piedi o in taxi, dirette alla vicina chiesa cristiana per la Messa domenicale. Poi arriva il Mitsubishi Pajero e così, dopo aver raccolto anche una giovane coppia di francesi che si riveleranno poco socievoli, ci allontaniamo dalla città in direzione aeroporto. L’autista si chiama Jocelyn e fortunatamente si dimostrerà molto disponibile ad acconsentire senza problemi alle mie numerose richieste di fermate per scattare fotografie. Facciamo una breve sosta in una casetta dove assistiamo alla fabbricazione artigianale della famosa carta di Antamoro. Una poltiglia di fibre di sisal impregnata d’acqua viene versata su un piano protetto da quattro sponde per poter essere così liberata dall’acqua stessa attraverso un foro. Poi la sola fibra, debitamente distesa, viene lasciata ad asciugare e a seccare fintanto che non potrà essere utilizzata per preparare album, paralumi, collage di fiori secchi e così via. Proseguiamo per la collina sacra di Ambohidratimo: qui, accolti da una donna che dice di essere una discendente delle regine Merina, visitiamo le tombe reali che altro non sono che un paio di piccole casette in legno che contengono all’interno ingenui sepolcri. Nonostante gli sforzi narrativi della donna faccio fatica a percepire la sacralità del luogo. Le tombe non sono mai state aperte dagli archeologi e la discendente tiene a farci sapere che mai lei acconsentirebbe ad un’operazione del genere. Nel giardino intorno alle casette funebri, ci racconta alcune antiche leggende sulla colonna della fertilità (una nuda stele in pietra nella quale sono raffigurati due seni), su una roccia con una buchetta nella quale il riuscito centro di almeno uno su sette sassolini porta al realizzarsi di un desiderio, su un masso sul quale il re era solito sedersi per prendere il sole e infine su una gigantesca orma di piede attribuita a un essere divino. Molto più coinvolgente è anche qui la stupenda vista sulle centinaia di risaie che, grazie alle varie tonalità di verde e di giallo nonché al riflesso dell’acqua, creano un affascinante astratto mosaico di luci e colori. Di nuovo sulla Mitsubishi per raggiungere questa volta la Croc Farm, un allevamento di coccodrilli per la produzione e lavorazione di carne e pelle, che, oltre appunto a qualche centinaio di coccodrilli, da quelli giovanissimi lunghi un metro che se ne stanno immobili a ragnatela sulle sponde di un laghetto a quelli adulti ben più temibili con la loro paurosa bocca, ospita anche esemplari di camaleonti, lemuri, serpenti, tartarughe, struzzi, iguana e gechi. Il previsto pranzo nella Farm ci richiede una scelta tra spiedini di Coccodrillo e spiedini di zebù. Nonostante la mia curiosità verso i nuovi sapori, questa volta non me la sento e decido per il solito ma ormai più familiare zebù. L’escursione continua e la prossima tappa la facciamo al mercato artigianale de la Digue. Una curiosa, lunghissima fila formata da decine di piccole casette in legno, con tetto spiovente, tutte uguali, si snoda sul ciglio di un terrapieno sopraelevato che funge da diga tra due pianure alluvionali. Sul terrapieno scorre una strada sterrata piena di buche e enormi pozzanghere che non impensieriscono più di tanto i taxi-brousse che passano incessantemente nei due sensi stracarichi di persone. Ogni casetta è occupata da un venditore di prodotti artigianali. E allora possiamo sbizzarrirci alla ricerca di oggetti in legno intagliato, borse in paglia, lemuri in ferro, pietre da collezione, modellini di automobili in latta riciclata e via dicendo. Mi piace ricordare l’acquisto di un piacevole pannello in legno che, utilizzando piccoli pezzettini di legno in diversi colori, raffigura una tipica scena di villaggio malgascio che, sia a Grazia che a me, riporta subito alla mente il villaggio di Sainte Luce dove abbiamo lasciato Valentina. E’ bello poi salire sulla sponda rialzata dalla parte opposta del terrapieno, utilizzata dagli abitanti come camminamento pedonale per i loro continui spostamenti, per osservare e godere con tutta calma l’atmosfera rilassante delle scene di lavoro campestre o dei pescatori che a bordo di piccole piroghe solcano le basse acque della palude oppure di placidi zeb&ugrav
e; che pascolano con le zampe immerse nell’acqua. Continuiamo poi l’escursione lungo la strada sterrata dove effettivamente la 4×4 si rivela indispensabile. La strada in certi punti attraversa la piana alluvionale proprio a pelo dell’acqua e Jocelyn ci racconta che non è raro trovarla completamente sommersa e quindi impossibile da percorrere in auto. Tra stagni, paludi e risaie si incontrano anche piccoli centri densamente abitati fatti da modeste costruzioni in argilla rossa dove gli abitanti approfittano di ogni piccolo spazio per spargere i chicchi di riso a seccare: addirittura nei brevissimi tratti di strada asfaltata non è raro trovare una striscia del manto stradale stesso occupata da distese di riso indifferenti al passaggio degli automezzi. Tutta la zona è interamente dedita alla produzione di riso: basta girare lo sguardo intorno per vedere qualcuno che lo sta seminando, più in là qualcuno che lo sta trapiantando, chi prepara il campo con un aratro tirato da uno zebù, chi lo miete e lo raccoglie in fascine, chi lo sgrana, chi lo sparge per terra e infine anche chi lo vende. La qualità del riso malgascio è considerata particolarmente pregiata tanto che il riso locale è destinato all’esportazione bilanciata dall’acquisto sempre di riso ma di qualità più scadente. Un’altra attività particolarmente diffusa in tutto il Madagascar sembra essere quella di coiffure: è incredibile la quantità di cartelli e iscrizioni che qui, come in ogni altro villaggio o paese attraversato, segnalano la presenza di questa attività. Purtroppo man mano che proseguiamo lungo la strada con l’intento di percorrere una specie di circuito attraverso una serie di villaggi per tornare a Tana, la strada diventa sempre più sconnessa tanto che ad un certo punto davanti ad un tratto particolarmente fangoso nel quale perfino le quattro ruote motrici del fuoristrada girano a vuoto, Jocelyn deve suo malgrado rinunciare a proseguire e tornare indietro fino al mercato de la Digue dove riprendiamo la strada per Tana. Il ritorno anticipato in albergo ci consente di approfittare per concedere un provvidenziale riposo alla nostra schiena duramente provata dai continui e tremendi sobbalzi sopportati durante l’escursione. Poi, con tutta calma, cena al nostro Cafè d’Arts e preparazione delle valigie per il cambiamento di albergo deciso per il mattino seguente: infatti, stanchi dello squallore e degli inconvenienti del Raphia, abbiamo deciso di trascorrere le ultime due notti malgasce nel più confortevole e simpatico hotel Sakamanga. Così lunedì mattina di buon’ora carichiamo così i nostri bagagli su un taxi e in pochi minuti ci facciamo portare al nuovo albergo. L’ambiente è veramente più simpatico e movimentato e siamo certi che non avremo da rimpiangere quello che abbiamo lasciato. Anche per oggi abbiamo prenotato la nostra 4×4 condotta da Jocelyn per fare una nuova escursione nei dintorni. All’ora stabilita, questa volta in compagnia di due attempate ma fortunatamente cordiali signore francesi, ci rimettiamo in moto confidando segretamente in una strada meno disastrata di quella di ieri. La meta finale è la Roche d’Antogona con un facile trekking di un’oretta; strada permettendo, dice Jocelyn. Speriamo bene! Usciti da Tanà, percorriamo la RN1 verso occidente e attraversiamo una serie di paesi dai nomi impossibili. Ambohimamori, Fenoarivo, Ambotomirahavavy, Imerinentsiatosika. Nei pressi di quest’ultimo facciamo una deviazione verso l’interno per raggiungere un villaggio di una quindicina di modeste case in argilla rossa, precedute da alcune imponenti tombe familiari. Le case sono ad un piano, con piccole e rare finestre, costruite in mattoni d’argilla cotta al sole ricoperti da un intonaco sempre in argilla e con un tetto spiovente da due lati in foglie di palma. Alcune donne stanno plasmando grossi e rotondi otri in argilla rossa destinati a contenere il bene più prezioso per queste popolazioni, cioè l’acqua. Gli otri vengono poi cotti e spennellati con una specie di vernice per renderli impermeabili. Mentre assistiamo interessati alla lavorazione, uno stuolo di bambini di tutte le età si accalca calorosamente intorno a noi, tutti particolarmente contenti di poter “vivere” l’occasione di quattro stranieri bianchi in visita al loro villaggio. Inutile dire che in pochi minuti riesco ad impressionare un paio di pellicole! Solo donne e bambini. Nessun uomo è presente nel villaggio, tutti al lavoro. Vista la disponibilità e cordialità degli abitanti e visto che certamente non possiamo contraccambiare acquistando un otre, suggerisco a Jocelyn se sia il caso di offrire un po’ di denaro. “No assolutamente” mi risponde, però potrò farli contenti promettendo l’invio, tramite lui stesso, delle foto che ho scattato. Accetto volentieri e prometto formalmente. E allora sarebbe bellissimo poter essere lì a vedere le loro reazioni quando Jocelyn consegnerà le foto stampate. Torniamo lungo la RN1 e facciamo un’altra sosta al centro del paese di Imerinentsiatosika per visitare una falegnameria artigiana dove costruiscono carretti in legno che, trainati da zebù, vengono utilizzati per il trasporto del riso. Da qui ci inoltriamo per una strada sterrata, per il momento accettabile, sperando, ci dice Jocelyn, che le condizioni del fondo ci consentano di arrivare sino ai piedi della nostra meta giornaliera, la Roche d’Antogona. Se così non fosse, il previsto trekking di un’ora diventerebbe molto più lungo e faticoso! Nuova sosta presso alcune casette, sempre in argilla, dove gli abitanti sono tutti, uomini, donne e bambini, impegnati nella costruzione di modellini di automobili utilizzando la latta riciclata da ogni specie di barattoli. Qui non possiamo esimerci da fare qualche acquisto anche perché la Citroen DS e la mitica 2 CV sono veramente carine. Ancora qualche chilometro di strada sterrata, fortunatamente percorribile senza troppi sobbalzi, attraverso un paesaggio ricco di risaie. Jocelyn si dice soddisfatto delle condizioni del fondo stradale e infatti senza scendere dall’auto raggiungiamo la base di partenza del trekking. Da qui vediamo la famosa Roche d’Antogona, una montagna a pan di zucchero che si erge al di sopra delle altre collinette della zona, in cima alla quale si nota appena una piccolissima costruzione Nonostante l’ora calda affrontiamo la salita senza grossi problemi e una volta arrivati in vetta veniamo abbondantemente ripagati da uno stupendo panorama a 360° sulla pianura sottostante, piena di geometriche e verdi risaie che disegnano un mosaico affascinante, punteggiato qua e là da gruppetti di deliziose casette rosse e solcato da tortuose stradine rosse. In lontananza colline tra le quali riesco ad individuare quella di Tana con il Rova e quella di Ambohimanga. Sulla cima della Roche d’Antogona sono ancora visibili sia le scale di accesso in pietra sia i resti della cinta muraria che proteggeva il palazzo di qualche re merina. Deludente invece la modesta costruzione in legno che raccoglie in maniera disordinata una tomba e alcuni oggetti ricordo e amuleti vari appartenuti al re. Jocelyn nel farci presente che ci troviamo all’interno di un luogo considerato sacro dai malgasci, ci racconta che il re era solito comunicare con i suoi sudditi sparsi nella pianura sottostante a mezzo di segnali di fumo. Nonostante che l’ora non sia particolarmente propizia per fare fotografie, non posso rinunciare a immortalare in qualche decina di immagini l’intrigante grafico delle risaie terrazzate. Dopo un’oretta di relax trascorsa su quel cucuzzolo al centro della pianura, riprendiamo il cammino per tornare al punto di partenza. Lì giunti, stanchi e affamati, ci gustiamo seduti sull’erba un graditissimo picnic a base d
i cus cus, di una fresca e invitante insalatina verde – speriamo bene! – di un delizioso yogurt e infine di un insperato caffè caldo. Jocelyn accetta soddisfatto i nostri complimenti all’organizzazione. Terminato il picnic, risaliamo sul fuoristrada per continuare la nostra escursione attraverso le risaie. Arrivati sulla RN1, Jocelyn anziché tornare subito a Antananrivo, ci regala una estensione dell’escursione proseguendo in direzione ovest. E avremo così la sorpresa di vederci venire incontro decine di mandrie di zebù che, continuamente incitati da giovanotti, stanno correndo sulla strada asfaltata in direzione di Tanà. Sono animali che provengono da Tsiroanomandidy, una località a 170 chilometri di distanza tra Tanà e il canale del Mozambico, dove ogni sabato si svolge il mercato degli zebù; e siccome oggi è lunedì, sta a significare che quegli animali stanno correndo da ben due giorni! E fa un po’ di tristezza pensare che una volta arrivati a Tanà, al termine della lunga corsa, li sta aspettando l’inesorabile mattatoio. Comincia a piovere e sotto una pioggerellina insistente torniamo verso Tanà. Arriviamo in albergo abbastanza presto tanto da poterci concedere un giusto riposo e una confortevole doccia nella nostra nuova sistemazione all’hotel Sakamanga. L’ambiente è decisamente più simpatico del Raphia, per non parlare della funzionalità della camera e dei servizi. E poi alla sera non abbiamo bisogno di uscire: una buona cenetta al ristorante dell’albergo, anche questo frequentatissimo da turisti, ci preparerà lo spirito e il corpo per una altrettanto ottima dormita.

ANCORA TANA’

Due giorni a Tanà sono più che sufficienti per visitarne i luoghi più interessanti e per averne un’idea e quindi, anche oggi, martedì, farei volentieri una nuova escursione nei dintorni; purtroppo l’impraticabilità delle strade dovuta alle torrenziali piogge della settimana scorsa – noi possiamo considerarci proprio fortunati! – non consente altre escursioni e allora approfittiamo di questo tempo libero per incontrarci con Oni, la moglie di un nostro amico livornese, che attualmente vive a Ivato il paese nei pressi dell’aeroporto internazionale. In attesa dell’ora stabilita torniamo al mercato coperto dove, mentre siamo in coda per telefonare da una delle rare cabine telefoniche, ci accorgiamo di essere presi di mira da un gruppetto di ragazzi che ha evidentemente adocchiato la mia macchina fotografica, oggi armata dell’appariscente zoom 75/300. Grazia ed io li guardiamo con insistenza per far loro capire che ci siamo accorti dei loro interesse e fortunatamente possiamo continuare a girellare con tutta tranquillità. Torniamo nella piazza della stazione dove veniamo abbordati dalla ormai conosciuta venditrice di tovaglie ricamate. Infine troviamo Oni e con lei visitiamo il recinto dove da poco tempo hanno sistemato buona parte delle bancarelle dello Zoma. Pranziamo al Sakamanga e infine in taxi andiamo a Ivato a vedere la sua nuova casetta. A Ivato, mentre Grazia approfitta per farsi sistemare i capelli dalla pettinatrice amica di Oni, io girello per le strade polverose di Ivato. C’è un incrocio dove arrivano e fanno sosta un gran numero di taxi-brousse che collegano Ivato a Tanà. Il paese da proprio l’idea del centro cresciuto a dismisura grazie alla vicinanza dell’aeroporto. Ma non è una cittadina come potremmo immaginarcela noi. Le strade sono sterrate, le abitazioni sono tutte piuttosto basse, solo il piano terra o al massimo un piano rialzato. I negozi, senza vetrine, hanno un piccolo ingresso tutt’al più affiancato da una finestra aperta sul cui parapetto sono esposte le poche merci. La macelleria è un semplice bancone sul quale sono appesi, indifferenti alla polvere della strada e alle mosche, grossi pezzi di carne. Il bar è solo una piccola veranda con un tavolino e due panche. In compenso c’è la sala scommesse della PMF, unico simbolo presente in tutti i più lontani paesi dell’isola, al cui ingresso noto una lunga fila di gente in attesa di giocare. Terminata la messa in piega, seguiamo Oni lungo stradine sempre più sterrate e sconnesse, verso la sua casa all’interno del paese. La popolazione vive in modeste casette in muratura, quasi tutte costituite del solo piano terreno, anche se non mancano neanche qui le capanne in legno. La casetta di Oni è situata all’interno di un giardino ed è dotata di luce elettrica ma non di acqua corrente. Nel giardino c’è un pozzo per l’acqua e negli angoli più lontani il gabinetto e la doccia. In taxi torniamo in albergo per la solita cenetta a base di gamberetti saltati all’aglio. La mattina del giorno dopo, mercoledì e giorno di partenza, la dedichiamo agli ultimi acquisti: paralume con lemuri, parei o meglio lamba coloratissimi, T- shirt dell’hotel e finalmente un paio di simpatiche tovaglie ricamate che naturalmente acquistiamo dalla venditrice ambulante nella piazza della stazione diventata ormai nostra amica. Pranzo a base di omelette – ormai abbiamo i soldi malgasci contati – poi taxi per l’aeroporto dove arriviamo con notevole anticipo. Lotta e discussioni con i facchini ufficiali e quelli irregolari. Quelli ufficiali hanno il carrello, gli altri sono più intraprendenti. Morale della favola mi ritroverò con il carrello vuoto, pagato a quelli ufficiali, e con gli irregolari che trasportano a mano le nostre valigie. Così dovrò pagare sia gli uni che gli altri. Meno male che avevo ancora qualche franco! Lunga attesa all’aeroporto. Viene a salutarci Oni e ci consegna un gigantesco camion in legno per suo figlio. Finisco gli ultimi franchi per pagare i continui spostamenti di valigie fatti da alcuni ragazzi mentre siamo in coda al check-in. Finalmente liberi da bagagli abbiamo un nuovo momento critico quando ci sentiamo chiamare all’altoparlante: ma con noi tutti gli altri passeggeri che avevano già fatto il check-in: l’operatrice aveva sbagliato l’assegnazione dei posti; ci avevano dato la business-class. Partenza in leggero ritardo, sosta a Nairobi senza scendere dall’aereo, e arrivo a Fiumicino alle 3.30. Nuova lunga e snervante attesa sulle scomode panche rosse dell’aeroporto per la partenza del primo treno per la stazione di Ostiense e infine per Livorno dove arriviamo alle 11 del mattino.

Mauro Morelli – marzo 2001

http://www.sysnet.it/~lucymayy/

Share. Twitter Facebook Google+ Pinterest LinkedIn Tumblr Email
Loading Facebook Comments ...

Leave A Reply