NIGER

NIGER

Natale 2000
Tenerè, confini del nulla

Per il viaggiatore itinerante del pianeta sahara, stregato dall”insaziabile voglia di conoscere tutto ciò che lo circonda ed instancabilmente animato dalla necessità di respirare, con sempre maggiore continuità, i grandi spazi aperti e sconfinati d”africa, esiste un solo posto al mondo che inequivocabilmente, sia nell”immaginario collettivo, sia nella realtà, corrisponde all”appellativo comune di "deserto dei deserti"; quelle sabbie, quel vuoto e quei silenzi, dalla notte dei tempi, hanno un nome austero ed inquietante : Tenerè. I libri di storia, la letteratura antropologica, i manoscritti arabi, i quaderni latini ed i più recenti resoconti di viaggio dei primi grandi esploratori europei dell”ottocento riportano cronache di luoghi lontani ed inaccessibili, di missioni conclusesi con esiti spesso terribili e drammatici, nonché notizie scarse ed imprecise circa le genti ed i confini di quegli spazi sconosciuti. Nel corso del novecento le conoscenze sono state notevolmente migliorate ed arricchite grazie ad una serie di campagne di esplorazione e di studio mirate che hanno visto impegnati con abnegazione e sacrificio uomini abili e valorosi, muniti di macchine e di mezzi cingolati, dotati di carte sempre più dettagliate e di occhi capaci, tramite i primi monoposto, di scrutare dal cielo l”immensità di questo sterminato mare di sabbia. Oggi, nel nuovo millennio, il tenerè incute ancora grande rispetto, fortunatamente non più paura. Quel deserto è percorso, attraversato, setacciato e spesso defraudato da tutte le sue ricchezze e i suoi misteri. I suoi giacimenti sono individuati, portati a cielo aperto, mappati e sfruttati. Gli uomini padroni di quelle sabbie, nomadi ricchi, potenti e belligeranti che da sempre le hanno attraversate per scambiare merci ed armenti in una sfida senza soluzione di continuità con il deserto, sono stati oggi confinati, costretti alla resa, impoveriti e relegati a stare ai margini dei villaggi che un tempo brillavano del loro commercio. Le azalai stanno tristemente lasciando il passo ai più veloci daf, le takuba ai kalaschnikov, il tè alla pepsi, la gandora alle robe di kappa. In quest”ottica dove tutto repentinamente e, per certi versi, disastrosamente cambia a ritmo incessante, non rimane che fare subito i bagagli e, senza ulteriori ritardi, partire per il grande vuoto, per l”infinito tenerè con l”intento di assaporare ancora quel che di vero e autentico rimane, con la speranza di scrutare magari all”orizzonte la mitica Anderbouka, la città fantasma che naviga sospesa sul deserto o la regina touareg Tin Hinan, la mitica Antinea di un”Atlantide ancora inviolata e nascosta sotto quell”oceano di sabbie impenetrabili.
Beitrourou, serpenti di pietra. .Sono circa due lustri che quei libri di Boccazzi, posti in cima allo scaffale della libreria, turbano le nostre notti e i nostri sonni in attesa che il momento, prima o poi un giorno, diventi propizio; quell”istante, dopo anni di estenuante attesa, accade oggi, primo giorno del nuovo millennio Le pagine ormai risultano consunte dalla continua frequentazione. Lette e rilette, trepidamente sfogliate, con le stringhe salienti di testo in bella evidenza, arricchite di appunti, cartine, fotografie e coordinate, sono indelebilmente stampate nelle nostre menti. Era settembre, dalla terrazza dell”ultimo piano in un pomeriggio di mezza estate si dominava la vista sulle case di Treviso. Stefano ed io, peraltro ancora increduli, avevamo inaspettatamente "ricevuto udienza" dal grand docteur ed eravamo lì, a casa sua, in spasmodica attesa di incontrarlo. D”un tratto una porta si aprì e…… sì, era proprio lui, proprio come appariva nelle foto; era l”autore di quei libri ! Ci prese subito in simpatia, cordialmente scambiammo le nostre impressioni ed i ricordi più cari legati a recenti viaggi in terra d”africa; poi un sorso di whisky, rigorosamente liscio e via, dentro il suo studio. Furono ore indimenticabili durante le quali ne sentimmo e ne vedemmo di tutti i colori, ricevendo una importante lezione, di stile e di avventura. Quel giorno e quell”incontro in parte ci cambiarono, è inutile negarlo, ed è da allora che accarezziamo la speranza di poterci recare, un dì, con le nostre gambe, al cospetto di quel santuario, il cimitero dei dinosauri. Ora è il trentun dicembre, quasi mezzanotte. Il fuoco è acceso, le stelle del firmamento come sempre splendide, e siamo lì, in un angolo sperduto del pianeta, lontano dalle luci, dai suoni e dai festeggiamenti del capodanno, fuori dal mondo, estranei dal tempo.Intorno a noi solo le sabbie; là in fondo ecco le rocce del Tedalgolauene, lassù, a nord, il pozzo di Emechedui, e noi siamo qui, soli e raminghi, nient”altro che un flebile punto che, trasposto sulla carta ign 200.000, ci autorizza a credere che intorno a noi loro veramente ci siano, che siano lì, assopiti in un eterno letargo che si protrae, sebbene non indisturbato, da oltre ottanta milioni di stagioni. Guardo Ibrahim, la nostra guida, e gli sussurro per l”ennesima volta beitrourou; anche lui, scuotendo il capo dopo le vane ricerche effettuate prima del tramonto, sa bene che ci sono, ne avverte forse l”inquietante presenza, ne conosce la storia, ma, come noi, mai prima d”ora ha avuto l”occasione di incontrarli, indisturbati e intatti.Ha notato da un fremito che mi percorre la schiena tutta la mia preoccupazione; legge nei miei occhi lo sconforto e il disappunto per non averli ancora scovati, quindi schizza con le sue lunghe dita alcuni segni sulla sabbia e si congeda pontificando con voce rassicurante : demain matin. Frugo nella Land ed estraggo ancora quei libri dalle casse, li sfoglio e ne rileggo i passi, ne osservo le foto; serpenti di pietra, no, uranosauri nigeriensis, qui la scienza accampa i suoi diritti e alla leggenda non rimane che fare un passo indietro. Pianificando tra noi le attività per l”indomani, arriva mezzanotte, un nuovo anno; stappiamo la magnum, poi baci e abbracci. Un brindisi, un augurio : ai serpenti di pietra, che un giorno io vedrò !
Partenza da Agadez
Partenza alle 12:00 dopo avere visitato Agadez, aver riempito i serbatoi con 300 lt di carburante e la dispensa con carote, pomodori e pane. Usciamo dalla città senza controlli di polizia Seguiamo la pista tra vegetazione molto bassa. Troviamo lungo la pista dei pozzi con nomadi e animali. Facciamo campo nella zona dei dinosauri. Il terreno ed il carico della macchina hanno prodotto un elevato consumo di carburante. In questi primi due giorni abbiamo incontrato parecchie famiglie di nomadi. Questi nomadi contano molto sui turisti per ricevere vestiti pesanti ed altri cadeau: di una sola stretta di mano non sanno cosa farsene!!
Albero del Teneré
E” difficile pensare oggi alla "leggenda" legata all”albero del tenerè.
Quell”acacia, che ora è custodita presso il museo di scienze e storia naturale di Niamey, per lunghissimi anni costituì l”unico, autentico, naturale riferimento per le azalai ed i viaggiatori che, partiti da Agadez o Bilma, provenienti dal Termit o dal Tafassasset, al cospetto di quell”albero trovavano finalmente acqua ed ombra. Sì, quell”acacia spinosa era veramente l”unico punto certo nell” infinità degli spazi e del nulla del tenerè, un vero e proprio faro meritevole di specifica menzione su tutte le carte relative al sahara. Dal 4 novembre 1973, quell”"istituzione" non esiste più; un cenotafio metallico addobbato da lamiere arrugginite e contorte ora ne ha preso il posto, un monument
o di cattivo gusto e fuori luogo ( e non cӏ proprio da sperare che un domani i newyorkesi lo richiedano per esporlo al MoMa ), eretto su un tappeto di lattine, scatolette, bottiglie di plastica e mozziconi di sigarette che nulla ha da condividere con la fama ed il carisma del suo predecessore.
Sostiamo all”ex albero del tenerè non più di dieci minuti, giusto il tempo di incrociare una Toyota dalla quale fuoriescono giapponesi armati di Nikon e relativi teleobiettivi.
Poco lontano da me, alla mia destra, vicino al pozzo, sento chiedere in romanesco da una sottospecie di pseudo-sosia, novella Lina Wertmueller ad una improbabile guida se è vero che fu un camionista libico ubriaco a sradicare l”antica acacia.
Ora ne ho proprio abbastanza ed è tempo che me ne vada in fretta cercando la mia strada, via, lontano da qui. Accendo il motore e mi lascio alle spalle quel che di triste oggigiorno rimane di una grande leggenda; sì, quella leggenda che, così come raccontata dalle parole di Cino Boccazzi, ancora oggi mi risuona come una favola dolce ed avvincente a cui non voglio rinunciare
Visitiamo al mattino del quarto giorno la guelta di Agamgam, descritta da Nino Cirani in un reportage della Domennica del Corriere di qualche decina di anni fa (chi se lo ricorda?). Non c”è molta acqua ma è lo stesso impressionante in mezzo a tanta aridità. Procediamo a ridosso dell”Air tra mulattiere e piste di sabbia, la prospettiva delle varie catene montuose in lontananza è spettacolare (pulviscolo Leonardesco a quintalate). Entriamo nell”Arakau (meravigliao) e rimaniamo a bocca aperta: lo spettacolo all”alto della duna centrale (che è altissima) è mozzafiato. Vicino alla montagna dei nomadi ci offrono i loro oggetti di artigianato. Usciamo e ci dirigiamo a Nord dentro l”Adrar Chiret.
Message in a Bottle.
Una magnum consumata all”alba del nuovo millennio tra le sabbie dei dinosauri non è una bottiglia qualunque e, pertanto, a nostro modesto avviso merita "uno smaltimento speciale". Antefatto: otto amici di lunga data, con la passione comune per i viaggi in terra d”africa, con alle spalle molte esperienze di avventure vissute insieme, con quattro fuoristrada, due dei quali sono Toyota kzj 70 e le rimanenti due Land Rover 110 HT, pianificano, dopo anni di interminabile attesa dovuta alle tristi vicende legate alla situazione politica nigerina, una spedizione nel "deserto dei deserti", il tenerè. I preparativi sembrano procedere bene, le quattro ragazze sono veramente affiatate, hanno accettato volentieri di farsi coinvolgere in questo progetto e, dunque, collaborano fattivamente con entusiasmo espletando con cura e devozione i compiti loro delegati; i quattro maschiacci sono, è inutile dirlo, già fuori di testa. La prospettiva di trascorrere ben tre settimane di vacanza tra piste, dune, sabbia e polvere, li manda in totale visibilio; passano pertanto le loro notti a preparare la macchina nel dettaglio, a triturare carte geografiche, a raccogliere informazioni su internet, a rileggere i loro libri, a settare pc, palmari e gps, caricandoli di punti, rotte, programmi e stradari. Nel frattempo raccolgono i visti e tutta la documentazione necessaria, portano a termine i cicli di profilassi richiesti, mettono a punto tutta l”attrezzatura di viaggio e predispongono tutte le relative scorte e riserve di autonomia dettate dall”itinerario definito. Tutto è pronto, tutto è perfetto, non rimane che trovarsi domenica, ad una settimana dall”imbarco, per guardarsi negli occhi e dirsi, con un sospiro di sollievo dopo tante corse e mille traversie che è inutile raccontare, che tutto è ok, che tutto è a posto e…. ci si vede sabato a Genova. Padova, domenica 17 dicembre, ore 13.30, ristorante "La mora ciavarina". Di nuovo riuniti, di nuovo insieme come concordato, prendiamo posto al tavolo con una fame da lupi. Le ragazze subito "si accendono" per la serie "ma quanto ce piace chiacchierare"; sull”altro fronte, i due landroveristi si azzuffano con i due toyotari che istigano la conversazione con spirito di competizione in una disputa infinita di sfottò e reciproche prese in giro. Per fortuna interviene il cameriere armato della brocca di vino e delle tagliatelle fumanti e tutto sembra ricomporsi in un clima generale di amicizia e fratellanza. Poi, tovaglioli al collo e calici rivolti al cielo per un brindisi ben augurale; d”un tratto salta su la Isa, incrocia rapidamente lo sguardo furtivo di Claudio, si rivolge a noi e dice : " Vi devo dire una cosa che, solo da ieri, abbiamo saputo con certezza; sono in dolce attesa". Le altre ragazze, tutte prese da un innato senso di maternità che geneticamente le pervade, la abbracciano congratulandosi e festeggiando. Stefano ed io ci guardiamo allibiti, con sguardo funereo e relativa smorfia di dolore, come se qualcuno ci avesse tirato una pedata nelle palle, e ci rovesciamo rispettivamente l”uno con la faccia nel piatto e l”altro giù dalla sedia, sul pavimento; Mauro, preso da un improvviso coccolone, ha uno spasmo tale che il vino gli si riversa dal retrobocca direttamente nelle cavità sinusoidali e nei bronchi, che poco ci manca che non si soffochi da solo. Mentre Claudio con la bottiglia di Ferrarelle emula Tafazi e dal tavolo vicino cominciano a piovere dai commensali i primi "auguri e figli maschi", noi zii novelli decidiamo di buttarla "a vin santo e cantucci" con promessa di recarci all”Arakau a mettere un messaggio di augurio sotto le sabbie per il futuro nascituro. E così fu; la Isa, con il cuore in africa ma con la mente e il corpo già accovacciati a protezione del suo tesoro, rimase a casa. Claudio, consumato da mille scrupoli di coscienza ma esortato con grande generosità ed altruismo dalle parole amorevoli della sua compagna, venne imbarcato a forza. Fu lui, pertanto, che in una notte di stelle compose il messaggio fatidico che venne affidato, con grandi speranze, alle sorti di quella bottiglia; quella stessa bottiglia, che perennemente ci legherà nel tempo in un ricordo indissolubile di un attimo fuggente, oggi riposa tranquilla sotto le sabbie del Tenerè in attesa che un giorno, solo Dio sa quando, venga scavata da qualcuno che ne ricerchi i versi di amore scritti per lui, tanti anni prima e con un unico pugno, da suo padre e sua madre.
All”alba l”Adrar Chiret si presenta con tutta la sua imponenza. Poco dopo si ammirano le Mountain Blue con relativo tour all”interno . Numerosi paleosuoli nei pressi al wpt 010. dei piccoli cerchi di pietra, focolari tombe o passatempi? In una valletta, il relitto di una camionetta militare, allo sbocco della pista per il passo di Tingalene, indica il luogo di una cruenta battaglia tra governativi e Tuaregh. Troviamo alcuni bossoli sul terreno come testimonianza. Raggiungiamo l”Adrar Bous. Rimandiamo la sua storia con le relative scoperte al sito Bani o ai libri citati di Cino Boccazzi e Virgilio Boccardi. Entriamo nel Tafassaset in direzione di un paleosuolo indicato nelle IGN e passiamo vicino ad un monticello di diaspro verde probabilmente scarto di una grande officina litica (wpt 029). Ci dirigiamo, quindi, in direzione dell”erg di Capot Ray per cercare uno spazio su cui fare campo. Ci fermiamo difronte alla balise Berliet n 21. Wpt 031
Trasferimento. Veloce fino al massiccio di Grein. Visita all”albero perduto di Thierry Sabine. Da qui puntiamo a 35 km a nord per verificare la presenza di un campo Tamoil abbandonato. Non troviamo nulla. Superiamo il col des Candelier e raggiungiamo Chirfa nel pomeriggio. Lasciamo i passaporti alla polizia per le formalità e ci rechiamo al villaggio per fare carburante. Riprendiamo la pista balisata che ci condurrà a Djanet. Campo poco lontano dalla pista.
Trasferimento su pista balisata ogni 500 m, lungo la quale osserviamo parecchi relitti della Parigi Dakar del 1988. Le balise terminano al wpt 079. Da qui con
viene seguire i punti gps perchè le piste si incrociano. Asfalto al wpt 103. A Djanet rapide formalità di polizia e dogana. Wpt 107 hotel campeggio. L”oasi è molto tranquilla. Troviamo numerosi turisti tedeschi in aereo (il mattino successivo al nostro arrivo è partito un charter per Francoforte con 135 turisti!). Si riesce a telefonare ecc. ecc.
I prossimo 4 giorni sono dedicati ad un noioso trasferimento su asfalto fino a Tunisi dove un traghetto ci riporterà a casa.
Prossima destinazione Algeria: Hoggart

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